Nel panorama motociclistico mondiale, pochi mezzi hanno raggiunto il grado di icona. Un’icona che, nella miglior tradizione di “squadra vincente non si cambia” è rimasta praticamente invariata. Stiamo parlando della leggenda di casa Suzuki: la Hayabusa. Mutuando il suo nome dal Falco Pellegrino, rapace che supera abitualmente i 300 chilometri orari in picchiata, l’Hayabusa nacque fin dal principio per essere l’emblema della velocità su due ruote. 312 km/h, potenze comprese tra i 180 e i 200 cavalli a seconda delle serie costruttive, ed una bruciante accelerazione in soli 3,3 secondi da 0 a 100 km/h; dal 1999 ad oggi l’Hayabusa ha regalato emozioni a chiunque abbia avuto il piacere anche solo di vederla sfilare in strada. Ed in effetti la moto, ed il suo design, non a caso non sono mai cambiati nell’arco di ben 26 anni di produzione. Mentre la concorrenza, soprattutto quella di casa nostra, spesse volte si è concentrata sulla ricercatezza del design in una continua rincorsa al “nuovo che cambia tutto”, in Suzuki devono avere semplicemente pensato che le forme ispirate a quelle del Falco Pellegrino erano le più idonee per ottimizzate per velocità e stabilità.
Pochi i dettagli che sono cambiati nell’arco di 26 anni e tre serie produttive. I più interessanti sono stati sicuramente i motori, e la questione della velocità massima sviluppabile su una moto stradale. Nel 1999 l’Hayabusa era dotata di un motore quadricilindrico raffreddato a liquido da 1298 cc, che le garantivano 180 cavalli di potenza massima e la spingevano fino a 312 km/h. Interessante il dettaglio di questa serie, forse la più amata di tutte, che mostrava il tachimetro con fondo scala da 350 km/h. Per gestire un tale potenza e velocità, l’Hayabusa disponeva di pneumatici da 120 70 R1 all’anteriore e da 190 50 r17 al posteriore e si affidava ad un impianto frenante costituito da un doppio disco da 320 mm all’anteriore e un disco singolo da 240mm al posteriore. Il forcellone era dotato di un’apposita capriata di rinforzo, con il mono ammortizzatore completamente regolabile.
La comparsa dell’Haybusa sollevò alla fine degli anni ’90 un vero e proprio caso. Il timore di una corsa alle prestazioni sulle motociclette da strada si diffuse nell’opinione pubblica. Per porvi rimedio le case giapponesi Suzuki, Honda, Kawasaki e Yamaha, alla fine dell’anno 2000 si impegnarono a limitare la velocità massima delle proprie motociclette di punta a “soli” 299 km/h con appositi limitatori elettronici. Del resto esisteva già il precedente delle case automobilistiche tedesche che già meno di un decennio prima si erano impegnate allo stesso modo e secondo gli stessi termini, con solo la differenza della velocità massima limitata a 250 km/h nel caso delle vetture. Tuttavia in entrambi i casi l’accordo per tranquillizzare la coscienza dell’opinione pubblica aveva più una valenza simbolica, dal momento che la corsa alle prestazione sarebbe stata destinata a continuare nei decenni successivi sia in campo automobilistico che motociclistico. L’effetto dell’accordo tra i costruttori nipponici si vide già partire dal 2001. Dal tachimetro della Hayabusa di seconda serie scomparve il fondo scala a 350 orari in favore di un più “rassicurante” 300 km/h. Trattandosi di limitatori elettronici e non meccanici, l’effetto fu che numerosi proprietari modificarono la mappatura dell’elettronica dell’Hayabusa.
Nel 2008 la quarta serie introdusse un leggero restyling della carenatura, ma soprattutto un nuovo e più potente motore da 1348 cc che erogava ben 197 cv a 9500 giri, con una coppia massima di 155 Nm. Per gestire l’elevata potenza, e contemporaneamente rendere l’Hayabusa una motocicletta più fruibile anche per il motociclista meno alla ricerca delle prestazioni esasperata, venne adottato un sistema a doppia farfalla di alimentazione. Una farfalla era gestita dal pilota tramite l’acceleratore, mentre la seconda era adesso gestita elettronicamente. Mediante un selettore era possibile impostare la mappatura più consona alle proprie preferenze. La prima mappatura dimezzava la potenza a “soli” 100 cavalli mediante esclusione quasi totale della farfalla gestita elettronicamente. La seconda tagliava la potenza in alto di pochi cavalli, ma lasciava inalterate le prestazioni ai bassi e medi regimi. La terza ovviamente prevedeva la piena potenza. I dischi freno anteriori da 320mm furono invece sostituiti da due dischi da 310mm, ma più spessi (5,5 mm in luogo dei 5mm originali) onde diminuire il rischio di surriscaldamento e vetrificazione dei freni. Mentre le forcelle anteriori vennero maggiorate ed irrigidite. L’ultima incarnazione del Falco di casa Suzuki ha fatto la sua comparsa nel 2021. La potenza è calata a 190 cavalli, mentre la coppia massima era ora disponibile a regimi più bassi, per favorire la guidabilità e anche per esigenze legate alle sempre più stringenti normative antinquinamento.
Ciò nonostante l’Hayabusa rimane a tutt’oggi una delle icone motociclistiche più famose, il cui nome è indissolubilmente legato all’idea stessa di velocità pura e senza compromessi ed è abbastanza chiaro che tale rimarrà anche negli anni a venire.


