Nel cuore della città eterna due spettacoli con al centro figure femminili che hanno anteposto il coraggio degli ideali alla tranquillità della vita terrena
Gli artisti della Dark Side LabTheatre Company, alla loro terza rappresentazione sul palco del Teatro Sophia in Via della Vetrina 7 a Roma, portano in scena fino al 2 marzo Giovanna Dark, tratto dagli scritti di Andrew Birkin, Luc Besson e G.B. Shaw (adattamento e regia di Matteo Fasanella, fotografie di Agnese Carinci). Come suggerisce il titolo la figura della “pulzella d’Orleans” ha molti lati oscuri. Chi era veramente? Una contadina analfabeta che decide di combattere? Una fedele che finisce bruciata come eretica? Una visionaria? Spinta dalla voce di Dio, corroborata da continue illuminazioni mistiche, Giovanna a soli diciannove anni si fa promotrice di una strabiliante campagna di liberazione che vedrà parte dei territori occupati dagli anglosassoni tornare sotto il controllo della corona francese. Lo scrittore Pèguy definì D’Arco “la più santa dopo la Santa Vergine” a causa della sua “vocazione straordinaria”, quella della fede pura e potente. L’afflato religioso si trasformò, dopo la sua morte, in rivoluzione nelle e delle coscienze. Il 30 maggio 1431 la ragazza che aveva restituito la Francia al suo re e aveva risvegliato lo spirito nazionale andò al rogo nella piazza del Mercato Vecchio di Rouen. Terminava l’esistenza terrena, ma cominciava la memoria eterna. Lo stesso Carlo VII, ormai sicuro sul trono di Francia, nel 1455 ottenne dal Papa la riapertura del processo e la completa riabilitazione della giovane guerriera. Non gli andava di dovere il trono a un’eretica. I secoli successivi ne hanno consolidato il mito, tanto che nel 1909 è stata dichiarata santa. Il rogo, su cui venne arsa Giovanna, non spense il ricordo del genuino sacrificio.


Coloro le quali invece non vennero risarcite sono le donne erboriste e curatrici in un tempo in cui il sapere era appannaggio unicamente dell’uomo e della Chiesa. Tutto questo è stato dettagliatamente raccontato nello spettacolo rappresentato fino a pochi giorni fa al teatro Trastevere in via Jacopa de’ Settesoli 3, non troppo lontano dal Sophia, dal titolo “Herbarie. Le chiamavano streghe” (testo originale di Silvia Pietrovanni, con l’adattamento di Isabella Moroni e per la regia di Ivan Vincenzo Cozzi). I nomi delle piante con la loro raccolta e il suono del mortaio sullo sfondo, aprono la danza della tessitura e di tutte le pratiche eseguite con maestria da Lucia (Silvia Mazzotta), sua mamma Caterina (Elena Stabile) e la nonna Mercuria (Brunella Petrini). La figura dell’inquisitore, interpretata sempre da Silvia Mazzotta, è il simbolo del calcolo distruttivo della moderna società che cerca di umiliare la saggezza femminile, basata sull’intuizione viscerale e ancestrale legata ai ritmi magici della natura, con i suoi solstizi ed equinozi. In questi due spettacoli si viene immersi in un’atmosfera magica, catapultati in altre epoche, ma con riflessioni più che attuali su fede e ragione, sul coraggio delle proprie idee, sulla sapienza della natura.


N. B. Segnaliamo inoltre che al teatro Sophia dopo ogni spettacolo viene offerto un simpatico aperitivo.