Durante le feste soprattutto se si è a casa non manca occasione per organizzare una cena, una serata riuniti a giocare, a guardare un film o quel che sia e sicuramente un buon cocktail allieterà gli ospiti.
Questa ricetta che vi rivelerò di seguito è ottima anche per l’ultimo giorno dell’anno che c’è chi ama passarlo in famiglia, con gli amici o in solitudine, ma è sempre un’occasione per augurarsi una buona fine e un buon principio e il modo migliore per farlo è brindando!
French 75 con Panarea Gin
Il suo nome è French 75, un classico che merita ancor di più se servito in coppa di champagne o in un bicchiere a stelo detto a tulipano.
– 4,5 cl di Panarea Gin
– 2,5 cl di succo di limone fresco
– 2,5 cl di sciroppo di zucchero
– Champagne
Lo sciroppo di zucchero si può realizzare velocemente anche in casa con un po’ di miele o zucchero e acqua. Riempire lo shaker di ghiaccio, aggiungere il Panarea Gin, il succo di limone e lo sciroppo di zucchero. Agitare per 20 secondi, filtrare il ghiaccio e versare nel bicchiere. Riempite il restante con champagne o spumante. Per la guarnizione potete usare una buccia di limone.
La una variante Rosemary 75
Il Rosemary 75 è una simpatica e più particolare variante del French 75 che si ottiene aggiungendo il rosmarino e un estratto di Butterfly Pea flower, ovvero il pisello blu o Clitoria ternatea.
– 200 g di zucchero granulato
– 24 cl di acqua
– 4,5 cl di Panarea Gin
– 2,5 cl di sciroppo di zucchero al rosmarino (qui sotto la ricetta)
– Champagne o Spumante Brut
– Spicchi di limone
– Estratto di Butterly Pea flower (per colorare di blu)
– Rametti di rosmarino
Innanzitutto, si deve preparare lo sciroppo di zucchero al rosmarino. Mettere in una pentola a fuoco medio, 3-4 rametti di rosmarino, l’acqua e lo zucchero. Mescolate ed aspettate che lo zucchero si sciolga del tutto. Lo sciroppo lo verserete in una bottiglia di vetro, una volta raffreddato andrà in frigorifero in cui potrà restare al massimo 3 giorni.
Nello shaker aggiungere il ghiaccio, lo sciroppo, il gin e l’estratto di Butterfly Pea. Agitare bene e versare in una flûte con una fetta di limone. Infine, riempire il bicchiere di Brut o champagne e con una scorza di limone.
Con la stessa base di Panarea Gin altri cocktail gustosi
In realtà esistono altre versioni e se volete sbizzarrirvi bastano pochi accorgimenti per creare altri cocktail con gli stessi ingredienti di base.
Un esempio è il Martini Cocktail che richiede alcuni cubetti di ghiaccio in una coppetta, 10 ml di Martini Bianco e 60 ml di gin. Si possono aggiungere con due olive per renderlo leggermente più dolce o con una scorza di limone.
Il Gin Tonic, un classico che si fa con ghiaccio, 60 ml di Panarea Island Gin (o Panarea Sunset Gin) e 100 ml di Fever-Tree Tonic Water. Infine, una fetta di limone o di arancia per chi preferisce averlo più dolce può aggiungere della Schweppes al limone invece dell’acqua tonica.
Vi consigliamo inoltre per rendere l’atmosfera più gioiosa e colorata di acquistare ombrellini e palme per rendere i vostri cocktail stilosi!
Intervista allo scultore che ha realizzato il busto, svelato due mesi fa nel quartiere di Testaccio a Roma, in onore dell’amatissima cantautrice romana
Il 29 ottobre in piazza Santa Maria Liberatrice 47 è stata presentata la scultura di Gianluca Bagliani in memoria di uno dei simboli della romanità, Gabriella Ferri. Il 18 settembre ricorreva l’ottantesimo anniversario dalla sua nascita. L’evento è stato dedicato alle donne, verso cui l’artista nutre un affetto particolare, e a tutti gli appassionati, in particolare a Gabriela Abati, “fan devota della Ferri ascoltando la quale si scaldava il cuore” (come la ricordano i figli Filippo e Antonella Gigli). Bagliani ci ha rivelato qualche notizia in più sulla sua arte e la manifestazione testaccina.
Gianluca Bagliani
In che modo si definirebbe come artista? Cosa vuole trasmettere con le sue sculture?
Un figurativo con una visione tutta sua della vita intento a riportare in auge l’arte classica. Vi è una bellissima frase della critica Rosalind Krauss che condivido: “Dopo Rodin è diventato scultura tutto ciò su cui inciampi facendo un passo indietro per guardare il quadro”. Per molti dal figurativo dovrei passare all’informale, ma non è nelle mie corde.
Come le è venuta in mente l’idea di omaggiare Gabriella Ferri?
Passeggiando per le vie di Testaccio e guardando la targa a lei dedicata ho pensato che fosse necessario qualcosa di più rappresentativo. Gabriella Ferri si lega al mio passato professionale, avendo già dedicato una statua ad Anna Magnani e Pier Paolo Pasolini ed essendoci un trait d’union fra loro. Non lascio mai nulla al caso.
Cosa le piaceva di lei?
Lo spirito guerriero. Voleva distruggere la donna-oggetto. Pensate, ad esempio, a quando si truccava da pagliaccio. È riuscita ad andare oltre la sua bellezza.
Il busto di Gabriella Ferri
L’evento del 29 ottobre è stato un successo. La manifestazione ha acquistato valore anche grazie alla presenza della sorella di Gabriella, Maria Teresa Ferri, e della madrina Giulia Ananìa. Cosa ha apprezzato di entrambe?
Maria Vittoria è carina e disponibile. Ringraziandomi mille volte ha trasmesso tutta la sua gratitudine. Giulia mi ha fatto un’ottima impressione sia come donna che come artista. È naturale e pulita nel modo di porsi. È stata una serata indimenticabile da tutti i punti di vista.
Perché ha coinvolto artisti quali la regista Kyrahm, l’attrice Valentina Siracusa e il musicista Sandro Bagazzini?
Kyrahm la conosco da tanti anni ed il modo che ha di approcciare le scene è insuperabile. Avevo già lavorato con lei in una delle sue performances più intense, “Davide e Golia”. Con Valentina, conosciuta grazie all’amico Davide Matera, ho avuto una forte connessione artistica fin da subito. Amo il suo spiritello fuori dal tempo. E’ una donna non collocabile storicamente. Sandro l’ho visto a teatro in occasione di uno spettacolo di Sarah Gain. Mi ha colpito la sensibilità, la sua essenza di uomo raro dall’animo divergente.
Che obiettivi si è prefissato con l’associazione Le Donne di Roma e che insegnamento le ha dato la donna più importante della sua vita, Maria Teresa Martignetti (ndr, la madre dell’artista venuta a mancare nel febbraio 2018)?
Proprio in virtù degli insegnamenti materni voglio riportare, attraverso l’arte, la donna di nuovo al centro. Mia madre aveva un intuito unico nel capire le persone, divenendo la confidente di tutti, anche dei miei amici. Trovava il buono in ciascuno. Bisogna dare un tocco di magia femminile in ogni cosa.
A quale scultura è più affezionato e perché?
Quella di Anita Garibaldi, non perché sia la più riuscita, ma perché rappresenta uno spartiacque. Da lì è partita la mia carriera, anche se il ricordo non è del tutto positivo, visto che fu una committenza mai pagata (ndr, ride). Mi appassionai al personaggio storico, tanto che Anita è divenuta il mio sogno ideale di donna.
Anita e Giuseppe Garibaldi
Quale è il complimento più bello ricevuto? La critica più costruttiva?
Una volta mi dissero: “sembra che le tue statue siano in procinto di parlare”. In effetti è questo che voglio raggiungere, il senso di una comunicazione totale. Di critiche costruttive non ne ho ricevute, ma sicuramente i vari “non ce la farai mai” mi hanno dato la spinta e la necessaria grinta per farcela.
Un maestro a cui si è ispirato?
A Vincenzo Gemito, un artista folle che riusciva ad infondere vita alle sue sculture, oltre ad essere un ottimo disegnatore ed orafo. Quando gli chiedevano perché non scolpisse la pietra lui rispondeva: “Perché voglio fare come Dio, ovvero plasmare la materia”. Mentre passeggiava aveva con sé un pezzetto di argilla e, nel momento in cui incontrava qualcuno e ci parlava, improvvisava facendogli un ritratto.
Un consiglio che vuole dare ai giovani artisti italiani?
Di non essere individualisti, pensando solo al proprio orticello, ma di collaborare tra loro. L’arte deve tornare ad avere una funzione sociale. Non siamo monadi, anche se l’epoca attuale vuole inculcarcelo in ogni modo.
Credits fotografici: Roberto Di Vito e Glauco Dattini
Il 28 dicembre 1895 è ufficialmente la data di nascita del cinema. Quasi 100 anni dopo, nella stessa giornata, il divin codino conquistava il Pallone d’oro
La settima arte. Così fu definita nel 1921 da Ricciotto Canudo, per la capacità di unire l’estensione dello spazio alla dimensione del tempo, la cinematografia. Il primo film della storia fu proiettato dai fratelli Auguste e Louis Lumière al Salon indien du Grand Café a Parigi. Lo spettacolo era composto da 10 cortometraggi, di circa 45-50 secondi ciascuno, il primo dei quali s’intitola La Sortie de l’usine Lumière(L’uscita dalle officine Lumière). I due imprenditori raccontavano scene di vita quotidiana. Nell’arco di dieci anni il cinema diventa un genere popolarissimo in grado di modificare gli immaginari collettivi. Georges Méliès, presente alla prima proiezione del cinematografo, nel 1896 fonda la casa di produzione Star Film, che tra il 1896 ed il 1913 realizza più di cinquecento film, sperimentando vari generi e tecniche. Al contrario dei fratelli Lumière, Méliès non aveva un approccio commerciale ma creativo. Il titolo del suo film più famoso, Le Voyage dans la lune (Viaggio nella Luna, di cui ricorrono i 120 anni dall’uscita essendo del 1902) è emblematico. E’ riconosciuto infatti come il padre del montaggio, degli effetti speciali e del cinema fantastico. Con lui il cinema non filma la realtà ma crea finzione, generando principalmente divertimento.
Nasceva 100 anni fa il cinema (foto Meteoweb.it)
In questo simbolico passaggio tra l’uscita dalla fabbrica (dove lavorava da adolescente col padre) all’ingresso nell’olimpo calcistico (la conquista dell’ambizioso trofeo individuale ne sancisce la consacrazione) dove ci ha fatto viaggiare in un’altra dimensione, e non solo sulla Luna, colloco la parabola cinematografica di Roberto Baggio, idolo nazionale che ha trasceso tutte le tifoserie. La famiglia Lumière aveva un cognome premonitore. Infatti la luce, in ogni sua forma, fu la protagonista di tutte le loro invenzioni. Al divin codino non serviva neanche il cognome per brillare tanto che Bruno Pizzul lo chiamava semplicemente Roberto. In campo era l’incarnazione della metafisica. Per proiettarci nei suoi dribbling indimenticabili, infatti, ha sfidato le leggi della fisica, superando ogni difficoltà incontrata a causa delle ginocchia malandate o delle decisioni ingiuste da parte degli allenatori. A lui era richiesto solo essere se stesso, manifestando la bellezza senza schemi, il puro genio, l’ineffabile che delizia lo spettatore per attimi irripetibili che profumano di eterno. Quando si pensa a lui rimane il gesto perfetto, naturale, essenziale, privo di ostentazione e – apparentemente – di sforzo.
Fonte: juventusews24.com
A proposito della manifestazione del divino che irrompe nella norma trasformandola in sublime, viene in mente il famoso stop a seguire e gol su lancio di Pirlo in uno storico Juve-Brescia finito 1-1 (era il primo aprile 2001). Roberto Baggio, a 34 anni e con tutti gli infortuni subiti, riesce ad agganciare e smarcarsi da Van Der Sar al volo, andando in rete con una velocità ma al contempo eleganza, che sembrano impossibili. Lui riesce ad unire in quell’attimo lo spazio-tempo di cui parlava Canudo a proposito della settima arte. La bellezza è ardua ma ha le sembianze della semplicità. Roberto ha sempre affermato: “io volevo solo giocare a pallone”. A lui non interessano i chiacchiericci, il clamore della fama, i rancori sterili. Esiste solo la sua arte ed attraverso di essa parla. Non è un caso che dopo la fine della carriera ha deciso di sottrarsi al clamore mediatico. Venuta a mancare l’espressione artistica è tornato alla sua dimensione congeniale, quella del silenzio. La natura, proprio come lui, si esprime muta e potente, aprendo bocca solo per migliorare quel silenzio, generando stupore, lo stesso del pubblico alla prima dei fratelli Lumière o davanti ad una qualsiasi prodezza di Roby Baggio.
Dall’originale, con uvetta e canditi, alle grandi prove di pasticceria
Siamo nel pieno delle festività natalizie, ogni regione d’Italia si distingue per un dolce tipico, anche se in realtà ce ne sono alcuni “standard” come il famoso e saporito panettone.
Il panettone è un dolce tipico milanese, diffuso e mangiato in tutto il mondo, nasce nel 1919 da Angelo Motta, ad oggi ne conosciamo numerose versioni. La versione antica del panettone che viene ricordata nel Rinascimento è una focaccia bassa con uvetta. Come dicevamo, con uvetta e canditi, crema pasticcera, crema al limone, cioccolato, acquisisce quel tocco in più dal sapore di “fatto in casa” quando ne mangiamo uno artigianale.
Antonio Citarella pasticcere napoletano
Antonio Citarella da oltre trent’anni si dedica ai dolci, divenendo imprenditore di successo e un punto di riferimento per chi vuole mangiare prodotti di qualità. Antonio sin da bambino rimase affascinato dalla pasticceria, mentre gli amici di scuola si intrattenevano a giocare lui amava fermarsi in un laboratorio a guardare la sapiente miscela dei pasticceri che preparavano bignè e pasta frolla. Amore che cerca tutt’oggi di trasmettere ai giovani che vogliono avvicinarsi a quest’arte culinaria.
Si iscrive all’Istituto Alberghiero in cui apprende le basi della cucina e si migliora sempre di più andando a lavorare in un laboratorio dopo la scuola. Antonio condivide questo percorso con suo cognato con cui nel 1999 apre “La Romantica” di Marano. Nel 2019 partecipa al mondiale di gelateria Sigep classificandosi ai primi posti e ad oggi oltre a preparare dolci della tradizione partenopea è specializzato in cake design, torte nunziali, frutta martorana e ovviamente il panettone. Organizzazione, precisione e ottima qualità dei prodotti fanno sì che riesce a distinguersi sempre di più. Il suo obiettivo è portare avanti l’attività ma anche tramandare ai giovani le tecniche apprese in questi anni.
Durante le feste fra le varie prelibatezze non deve assolutamente mancare il panettone artigianale, lievitato naturalmente 24 ore come da ricetta originale. Gli ingredienti di alta qualità, l’esperienza, la passione e la dedizione, lo rendono un prodotto naturale e genuino.
Gli impasti devono essere seguiti con la massima cura, la lievitazione deve essere lenta, la cottura sapiente così, nella sua forma soffice, dai colori e dai profumi sconvolgenti. Uso del burro e non della margarina, la bacca di vaniglia invece della vanillina e il lievito madre.
Ingredienti primo impasto
· 800 gr Farina 00 da Panettone (W360)
· 350 gr Zucchero
· 200 gr Acqua a 30°C (Quantità 1)
· 250 gr Tuorlo d’uovo (Quantità 1)
· 450 gr Lievito Madre al 3° Rinfresco
· 200 gr Tuorli (Quantità 2)
· 100 gr Acqua a 30°C (Quantità 2)
· 500 gr Burro Morbido di Latteria
Ingredienti secondo impasto
· 400 gr Farina 00 da Panettone (W360)
· 135 gr Tuorli
· 70 gr Zucchero
· 50 gr Miele
· 60 gr Burro Liquido Chiarificato (Corman)
· 100 gr Burro Morbido di Latteria (170gr se non usate il Burro Liquido Chiarificato)
· 500 gr Uvetta Sultanina pulita e fatta rinvenire la sera prima
· 300 gr Arancia Candita in cubetti
· 50 gr Cedro Candito in cubetti
· 24 gr Sale
· 2 bacche Vaniglia Bourbon
· 50 gr Pasta di Arancia Candita
· 50 gr Mix aromatico per panettone al posto della pasta di arancio
Per il primo impasto, preparare uno sciroppo sciogliendo lo zucchero ed i tuorli nell’acqua a 30°C aiutandosi con un mixer ad immersione. Versarlo nell’impastatrice ed aggiungere il lievito naturale al terzo rinfresco. Girare per 10 minuti per far sciogliere il lievito e aggiungere la farina.
Far legare bene l’impasto che dovrà formare una maglia glutinica elastica ed estensibile che potrete verificare allargandola con le mani fino a formare un velo di pasta sottilissima. Aggiungere la seconda dose di tuorli e l’acqua. In seguito unire il burro a temperatura ambiente.
Il primo impasto è pronto, cospargere la superficie del contenitore con qualche pezzetto di burro morbido e lasciarlo riposare a 22-24°C per 15 ore finché non si sarà triplicato il volume.
Avanti con il secondo impasto
Far legare il primo impasto con la farina fino alla formazione della maglia glutinica, aggiungere i tuorli ed impastare fino a farli assorbire del tutto. Aggiungere lo zucchero, il miele e la pasta di arancia candita e lasciare incordare fino a quando l’impasto tornerà a staccarsi dalla vasca dell’impastatrice. Mescolate senza montare il burro, il burro liquido chiarificato, il sale e la vaniglia aggiungere la massa all’impasto, poco alla volta, facendola ben assorbire piano piano.
Aggiungere a piacere l’uvetta ed i canditi, miscelare. Lasciare a riposo 1 ora. Formare delle pagnotte ben strette e lasciar riposare nelle forme da cottura a 26 – 28 °C per 5/6 ore.
La superficie del dolce nella tradizione milanese si finisce con la “scarpatura”, ovvero, un’incisione a croce. Infornare a 150°C e cuocere per circa 45-50min in forno statico.
La curatrice Alessandra Anca Palel illustra il progetto “Sentieri di pace e percorsi di consapevolezza” e le opere di Michele Martinelli
Cari amici, sono onorata di condividere con voi questo meraviglioso percorso nelle “pagine” dedicate all’arte del giornale VMagazine .
Mi presento, sono Alessandra Anca Palel curatrice d’arte, consulente in scienze della comunicazione e presidente dell’associazione culturale di promozione sociale Oxygene e intendo proporvi un viaggio nell’arte provando a scoprire insieme gli artisti vicini a noi e, non da ultimo, l’artista che vive dentro di ognuno di noi.
Inizieremo con la presentazione del movimento artistico che ho creato 10 anni fa, “Sentieri di pace e percorsi di consapevolezza” e gli artisti che fanno parte e con cui collaboro. Ho ideato il movimento “Sentieri di pace e percorsi di consapevolezza” con l’intento di divulgare strumenti concreti per il miglioramento individuale e sociale tramite la valorizzazione dell’arte, della cultura in tutte le sue forme e della presa di coscienza dal punto di vista olistico che contempla l’essere umano come un tutt’uno: corpo, mente, spirito.
Il progetto promuove lo scambio interculturale proponendosi di sensibilizzare le persone a diventare parte attiva di un cammino comune per diffondere un messaggio universale di pace e rispetto dei diritti umani.
La peculiarità del progetto è l’aspetto itinerante e internazionale, proprio per andare incontro alle esigenze d’espressione delle persone e degli artisti di tutto il mondo, creando un’interazione dinamica tra varie testimonianze ed energie con l’intento di incanalarle verso un orizzonte di compressione, tolleranza e uguaglianza.
Nell’ambito degli eventi organizzati abbiamo collaborato negli anni con vari enti e istituzioni nazionali e internazionali, ambasciate e artisti di vari paesi come l’esposizioni presso le sedi ONU di Roma: il Palazzo della Food and Agriculture Organization (FAO) e la Sede mondiale del World Food Programme, i saloni internazionali d’arte contemporanea presso il Carrousel Du Louvre a Parigi, Brusseles Expo, Luxemburg Expo, Palazzo dei Festival di Cannes, Londra, Dubai, Hong Kong.
Parlando degli artisti che fanno parte del movimento “Sentieri di pace e percorsi di consapevolezza” ho il piacere iniziare con la presentazione dell’artista umbro Michele Martinelli.
Ho incontrato Michele Martinelli in occasione di una mostra d’arte da me organizzata in una splendida e antica villa nell’Umbria, dove ho avuto il piacere di ospitare l’artista con una selezione delle sue opere.
Quello che doveva essere un breve incontro, si è trasformata poi in una bella e duratura collaborazione, in un rapporto d’intesa e di fiducia.
Quando ci siamo conosciuti, la prima sensazione, che si è consolidata poi nel tempo, è stata quella che Michele Martinelli sia una di quelle persone fortunate che ha sentito la “voce della chiamata dell’arte”, della creazione per eccellenza, della capacità visionaria e della pura bellezza, per ispirare il mondo… perché è proprio questo il vero ruolo dell’artista, di guidarci verso nuovi traguardi di percezione e conoscenza, tramite l’arte che ci eleva, ci rende migliori, ci unisce, ci congiunge con la nostra parte divina e ci rende belli e liberi.
Michele nasce nell’autunno del 1973 in Umbria, a Perugia, città intrisa di cultura e storia e fa i primi passi nel mondo dell’arte con le scuole medie annesse all’istituto d’arte Bernardino di Betto.
Crescendo nella bottega di restauro di antiquariato del padre, matura la sua esperienza nelle tecniche del modellismo, dell’artigianato, della conservazione delle opere d’arte, tecniche che porterà in quella che diventerà la sua vera passione: la pittura artistica.
Artista autodidatta, studiando e rielaborando i metodi e i segreti del restauro, le formule dei colori e dei pigmenti antichi, Michele crea una sua innovativa tecnica materica, un suo linguaggio unico ed originale, che si può definire pitoscultura.
Martinelli inizia un percorso di personali e mostre d’arte in giro per Italia e di interessanti collaborazioni con vari istituzioni, ricevendo riconoscimenti importanti come la pubblicazione delle sue opere sull’Enciclopedia d’Arte Italiana e nell’albo ufficiale dei poeti e pittori Urbis ed artis – Accademia Vaticana del Seraficum.
Nel 2014 Michele Martinelli affida la sua carriera artistica alla curatrice d’arte Alessandra Anca Palel con cui inizia una collaborazione che lo porterà oltre i confini nazionali.
Espone nelle prestigiose sale del Carrousel Du Louvre a Parigi, Palazzo Heysel in Belgio, Palazzo del Festival del cinema di Cannes in Francia, Germania, Bulgaria e Cecoslovacchia, Emirati Arabi Uniti al World Trade Center Dubai.
Opere importanti, come i bassorilievi “Toro alato” e i “Leoni “, riproduzioni di statue antiche che adornavano la porta babilonese di Ishtar, gli sono state commissionate da Saywan Barzani, ambasciatore dell’Iraq presso la Repubblica Italiana.
I bassorilievi, con misure di 3 metri per 3 metri, sono in esposizione permanente presso le sedi di Roma delle Organizzazioni delle Nazioni Unite, la sede della FAO, la sede della World Food Programme e dell’Ambasciata dell’Iraq.
Le opere di Michele Martinelli fanno parte oggi di varie importanti collezioni private e sono in esposizione presso prestigiose istituzioni.
Profondamente appassionato della storia dell’arte e dei grandi classici, baciato dal talento, Martinelli respira e si nutre di creatività, dipingere fa parte del suo Dna e l’arte diventa la sua missione di vita.
L’uomo e l’artista sono cresciuti e continuano ad evolversi insieme, un legame indissolubile che racconta una storia davvero interessante.
L’artista dipinge ad acquarello e tempera all’uovo, su un amalgama di resina elaborata e inventata da sé, che viene spatolata in modo irregolare su una tavola di legno e sottoposta a vari procedimenti termici e a volte all’invecchiamento con il bitume e ad una lucidatura finale.
Il risultato è un sorprendente aspetto asimmetrico, quasi tridimensionale, con una lucentezza particolare che ricorda il vetro e la ceramica, creazioni particolari che sono un vero spettacolo visivamente ma anche tattile. La casuale irregolarità dello sfondo e la ricercata, meditata cura dei dettagli materici creano un binomio vincente che invitano l’osservatore a toccare le opere scoprendo sensazioni piacevoli e sorprendenti.
L’abilità espressiva e l’attenta elaborazione del particolare confluiscono in un gesto pittorico ibrido e trasversale, dove linee spezzate, spigolose e veloci si contrappongono alle pennellate morbide, raffinate e fluide creando profondità, dinamicità e armonia.
Un alfabeto artistico denso, un susseguirsi ingegnoso di luci e ombre, di sfumature magnetiche e tonalità vibranti, la sovrapposizione del passato e del presente, la dicotomia tra il perenne e l’effimero, invitano alla contemplazione e conferiscono una prospettiva onirica, iconografica e romantica.
Nasce così una tecnica particolare, coniugata ad un’impronta artistica cromatica e contenutistica inconfondibile che conquista il pubblico e rende immediatamente riconoscibile un Martinelli in giro per il mondo.
Michele Martinelli si plasma nel tempo come un’artista eclettico, che sperimenta di continuo, declinando la sua poetica da un figurativo sognante ad un’originale composizione stilizzata che danza in una metamorfosi in evoluzione, conducendoci all’interno di una pittura meditativa e contemplativa, ma anche di denuncia verso le problematiche dell’umanità.
Michele vivendo tutta la vita in Umbria, subisce il fascino di queste terre, e trasferisce nei suoi lavori la melodia di questi luoghi.
Questa vena descrittiva di fattura classica non abbandona mai la sua mano, dando alla luce una realtà sublimata, con scorci e paesaggi incantati immersi nei colori caldi e vivaci che rivelano un’atmosfera idilliaca con sfumature naif e una prospettica seducente che dona una sensazione di appagamento.
L’immagine quasi fotografica degli scorci, arricchita ed enfatizzata dall’utilizzo sapiente delle cromie caldi e scintillanti, apre una lettura fluida, confortevole e rassicurante che richiama ricordi dei momenti di felicità vissuti, e ci dona la sensazione di essere “a casa”.
Quello che di più gli è affine però, quello che predilige e ama davvero, è indagare l’animo umano. I suoi personaggi, figli della terra, dagli angoli più diversi del mondo, avvolti da un’aura romantica e attraversati della vita, ci si raccontano. I suoi protagonisti, al centro di un vero palcoscenico impregnato da una patina classica, inondati da luce e ombre, nello stile dei grandi maestri del passato, fra abbracci, sguardi, lacrime, sorrisi, storia e contemporaneità, sfiorano il profondo dell’anima e sensibilizzano l’interlocutore all’introspezione.
Le opere emblematiche e intense come “Mamma Africa” e “Il sarto racconta storie” sono un concentrato di emozioni e significati profondi che attraversano i tempi, in cui l’artista ci fa riflettere sulla verità e sui valori cardini del mondo e in cui si percepisce il puro amore per l’essere umano.
L’eterea farfalla della speranza sopra la spalla di una bellissima madre con il suo bambino in catene diventa un messaggio potente e disarmante, una geniale metafora che parla direttamente al nostro stato d’animo più intimo, un grido alla nostra coscienza, sollecitandoci a una pressa di posizione, un richiamo all’unione per la libertà dell’umanità… .
Spirito contemplativo e analitico, Michele tramuta l’esigenza interiore di espressione e risposte, in una ricerca artistica, intellettuale, sociologica, culturale, estetica ma sopratutto una ricerca dell’anima, una ricerca che stimola interrogativi, metabolizza pensieri filosofici, genera fermenti emotivi, sprigiona energia e trova risonanze in tutti noi… .
Il fil rouge dell’arte di Michele Martinelli, un’autentica poesia intrisa di liricità, una passionale sinfonia in atto di raffinate cromie, dove l’attimo irripetibile della creazione scorre sicuro e meditato a conferma di un gesto artistico complesso e un’intensa carica espressiva, ci avvolge in un vero trionfo di sensazioni, ci immerge in un mondo che abbiamo già vissuto e nel contempo aspetta di essere ancora scoperto, un mondo di autentiche emozioni che continueranno a camminare insieme a noi.
Viene dall’Albania, classe 1988, ribelle oltre che sensuale. Alma Kariqi è una fotomodella dalle mille qualità con tante caratteristiche, ma soprattutto tante aspirazioni. Si appassiona alla moda grazie ai vestiti della madre e alle sfilate fatte per gioco con le sue amiche. Il suo percorso professionale parte dopo che un fotografo del settore la nota in tutta la sua bellezza, la sera, in un bar.
Alma Kariqi
Oggi Alma è pronta a mettersi in gioco per mostrare il suo fascino e il suo forte carattere. La fotomodella ha sfilato per Andrea Ubbiali, Umberto Perrera e Adriana Monaco.
Chi è Alma nella vita di tutti giorni e Alma sulla passerella?
“Ovviamente la mia vita di tutti i giorni è diversa da quella della passerella, direi che sulla passerella mi sento piena d’ossigeno perché ci metto passione ogni volta, invece la vita di tutti i giorni è caratterizzata dalla semplicità”.
Come è nata la passione per la moda?
“La passione per la moda è nata da bambina con i vestiti della mamma, con i suoi tacchi e le sfilate organizzate da noi ragazze del condominio, poi a scuola fui scelta per un concorso di bellezza e vedevo che la cosa mi piaceva eccome”.
Usciamo, in parte, da un periodo particolare, quello del Covid19. Come ha influito su di te e sul tuo lavoro?
“Ha influito in malo modo su tutti noi purtroppo, il mondo della moda era fermo, quasi morto. Penso che ancora adesso le tracce di quel mostro silenzioso chiamato covid ci sono ancora e purtroppo la moda non è ancora come prima, speriamo sempre in positivo a recuperare il tempo perduto”.
Invece nel campo della moda come ci sei entrata? È stato difficile?
“Nel mondo della moda ci sono entrata grazie ad un fotografo che mi ha notato in un semplice bar e vidi in me un grande talento e la mia fotogenia, parole sue, queste. Grazie a lui venni inserita in modo graduale conoscendo meglio questo mondo fatto di fotografi, eventi stilisti, modelle, modelli ecc…”.
Nel tuo modo di vestire, nel tuo stile, si percepisce anche il tuo carattere?
“Nel modo di vestire, in ognuno di noi penso c’è un po’ del nostro carattere, io ho un bel caratterino ribelle e penso che il mondo è dei ribelli, infatti, cerco sempre di essere me stessa nel modo di vestire”.
Fai solo la modella o hai anche un altro lavoro?
“No, non faccio solo la modella, ho un altro lavoro che svolgo durante la settimana”.
Cosa vorresti per il tuo futuro e quali sono le tue aspettative?
“Per il futuro spero di realizzare tutti gli obiettivi che, certamente, dipendono dal mio lavoro e dall’ energia che ci si dedica per raggiungerli. Le aspettative sono sicuramente la crescita professionale”.
Sei dell’Albania. Cosa puoi raccontarci? Il settore della moda li come lo ritieni?
“Si, sono dal Paese delle aquile e vengo dal mare. Direi che la moda in Albania non è molto conosciuta, lo è di più per le belle ragazze e si organizzano tanti eventi, ma a livello nazionale”.
Natale del Redentore è anche il titolo di un oratorio per soli, coro ed orchestra del magnifico compositore Lorenzo Perosi (Tortona, 21 dicembre 1872 – Roma, 12 ottobre 1956).
Ma in questo scritto non si parlerà di musica sacra anche più o meno moderna per arrivare al Gospel, bensì cercare di dare una parvenza anche spirituale e non solo consumistica al Natale stesso.
Il termine Natale è da ricondursi all’aggettivo latino natalis, col significato di natalizio, nel senso di “qualcosa che riguarda la nascita”, mentre redentore significa sostanzialmente riscatto anche emotivo e, quindi, salvezza.
In soldoni, con la nascita di Gesù e per la gioia degli operatori economici dei centri commerciali, si è avuta una frattura nel mondo antico nel modo di pensare.
I quattro evangelisti assurti a portavoce ufficiali e cantori di un regime teocratico nell’intimo, un po’ come Corriere della Sera o la Stampa con i vari governi, hanno sancito una sorta di supremazia dell’uomo sul fato e trovata la quadra al Kaos primordiale con le più pregnanti – anche se non capite – parole che in principio era il verbo.
E potete immaginare cosa significasse 2000 anni fa la frase ama il prossimo tuo come te stesso.
Perché da lì si deve partire per avere la parvenza di spiritualità di cui ho parlato sopra.
Ma attenti bene. Analizzando la frase, su cui sono diventati mezzi matti tutti i filosofi che si sono lambiccati la testa per coniugare la filosofia aristotelica con la Sacra Parola e riuscendoci malamente tanto che il nichilista Nietzsche ebbe a dichiarare la morte di Dio per chiudere il cerchio, si possono avere spunti interessanti dal punto di vista psichiatrico sperando di non sfociare nello psicotico.
Cioè che prima si deve amare sé stessi con buona pace di Jung e arrivare al massimo grado di conoscenza a tutto tondo. Solo così facendo, attraverso l’analisi dell’io per un verso e del sé per un altro e la piena cognizione del proprio spirito, si è pronti ad interfacciarsi verso l’altro e essere misericordiosi.
Nel Tempio di Apollo a Delfi , in Grecia , 2000 anni fa fu scritto «conosci te stesso» (in greco antico γνῶθι σαυτόν).
Quindi nulla di nuovo se non la diversa presa di coscienza di essere un altro tipo di uomo.
Uno spirito e non solo un ammasso di carne pensante e qualcuno anche pesante.
Facendo ciò, con la conoscenza del proprio io a mezzo anche della meditazione, si possono comprendere anche al meglio le faccettature evangeliche dei nostri quattro amici di cui sopra per arrivare alla conclusione che il vero messaggio rivoluzionario non è la Speranza di resurrezione -dal momento che all’uomo proprio non va giù che deve morire e non capendo il senso dell’esistenza se non il pragmatico Schopenhauer con l’aforisma che la vita è un pendolo che oscilla tra noia e dolore – ma la Misericordia.
Non dimentichiamoci infatti che durante la liturgia il celebrante, nel momento della elevazione del corpo di Cristo dice: ricordati o Signore di coloro che si sono addormentati nella speranza di resurrezione e per concludere con un secco mistero della fede.
Segno inequivocabile che anche loro ci credono pochino a sta faccenda.
O almeno sembra così.
Perché nel marketing aziendale della Santa Romana Chiesa e sul valore della comunicazione si è persa la strada e risulta svilita la parola Misericordia che è e rimane il sentimento rivoluzionario per eccellenza che deve essere coltivato ogni giorno – come auspicato dai grandi mistici cristiani che avevano in sant’Agostino la punta di diamante – per arrivare ad uno spirito più vicino all’ideale di Cristo ma fallendo miseramente in una società sempre più edonistica.
Inutile il tentativo di Karl Popper di sgretolare la società materialistica che, paradossalmente, è nata con Marx dando un nome e ciò che doveva essere combattuto per la salvezza non dell’uomo, ma degli operai e i braccianti, perché il sistema ha perso tutti quegli stimoli di fede e di riflessione – se non di preghiera e di meditazione – in funzione del Dio moderno: il denaro.
Ne consegue che pochi capiscono appieno il significato del Natale, rimanendo in apprensione per i regali da mettere sotto l’albero che risulta quindi un totem agnostico tra i volti sorridenti di chi scarta i regali e non rendendosene conto dell’umiliazione che danno a Cristo e decretandone il Suo fallimento.
Perché il problema vero del Natale non è la perdita del significato di Salvezza per tutti noi, non è la rinnovazione della promessa della Misericordia e quindi del Perdono, ma stabilire chi chiude a casa i cappelletti fatti a mano e trovare un cappone buono da fare in brodo.
Intervista ad Anna Shamira Minozzi alla scoperta delle composizioni calligrafiche
Anna Shamira Minozzi è un’artista italiana ispirata dalla calligrafia islamica ed è ideatrice di innovative composizioni calligrafiche. In virtù dei risultati raggiunti in questa sua espressione artistica, è stata invitata nel 2004 dall’Ambasciata del Regno dell’Arabia Saudita a partecipare a un concorso per un bozzetto di un francobollo, indetto dal Ministero delle Poste e Telecomunicazioni del Regno dell’Arabia Saudita. Sono molteplici i riconoscimenti ricevuti per la sua bravura artistica ed ha avuto il grande onore di ricevere i complimenti come artista.
Shamira Minozzi, parlaci di te.
“Sono una donna amante della bellezza in ogni sua forma, una donna che attraverso la propria arte cerca di esprimere ciò che ha nel cuore e l’immensa gratitudine verso Dio per tutto ciò che le è stato donato”.
Come è nato l’interesse per l’arte? Ma soprattutto, ci sono state figure determinanti nelle sue scelte di vita e formazione?
“La passione per l’arte mi è stata trasmessa da mio padre, anch’egli artista. Fin da piccola mi metteva a disposizione colori e piccole tele e mi faceva stare nel suo studio mentre dipingeva, e io, rapita dalla sua bravura, cercavo di imitarlo. Lui mi incentivava sempre facendomi complimenti per le mie piccole ‘opere’ anche se erano disegni di una bimba di 5 anni. È stato fondamentale questo suo incoraggiarmi e darmi sicurezza. È stato lui ad aiutarmi a spiccare il volo verso un futuro libero e ricco di creatività, senza paure che inibiscono solo la ricchezza che possiamo attingere da noi stessi”.
In che modo l’arte può essere trait d’union tra popoli e religione?
“La cultura, le arti e il pensiero portano alla fratellanza, al rispetto e non alla divisione e all’odio. Se la religione ‘predica’ la pace, l’arte è pace. Spiegherò, quindi, il percorso che mi ha spinto a utilizzare la mia arte come potente mezzo di conoscenza e di comunicazione, capace di creare un fertile terreno di scambio e di dialogo. La mia è una testimonianza di come ci si possa arricchire culturalmente e spiritualmente viaggiando in un paese straniero e l’esperienza di una donna occidentale che, nei suoi frequenti viaggi in Egitto, incontra l’arte islamica e se ne innamora a tal punto da diventarne una calligrafa. Ho iniziato come artista ispirata all’antico Egitto, invaghita della sua cultura e dei geroglifici. Tutti i segni sono immagini e alcuni tra loro possiedono la forza comunicativa del concetto che esprimono. Quindi, ognuno di noi può essere colpito inconsciamente da un simbolo anche se non ne capisce il senso. È quello che succede con i geroglifici, ti parlano anche se non ne comprendi il significato. A volte alcune visioni suggerite da stimoli primordiali, possono produrre straordinarie intuizioni. Per dirla come Albert Einstein: ‘L’immaginazione è più importante della conoscenza’. La visione di elementi che racchiudono esperienze passate, può aiutarci a comprendere meglio il presente, a coglierne aspetti più profondi. Nulla è poi così nuovo sotto la luce del sole. I geroglifici (‘parole sacre’, in greco) per gli Egiziani erano Medu Necer ‘parole di Dio’ e servivano a comunicare con il divino, funzione propria anche della scrittura araba, sublime strumento per trasmettere le parole ‘messaggere’ dei versetti delle Sure del Corano. Venendo quindi per la prima volta in contatto con l’arte islamica, sono rimasta folgorata dalla scrittura, anche se non riuscivo a leggerla poiché non conoscevo l’arabo. Da quel momento la Luce dell’islam è diventata per me una fonte ispiratrice. Dopo essere stata così colpita come artista dalla bellezza dell’arte islamica, mi sono inoltrata nella cultura che stava alla base di tanta bellezza ed eleganza. Quest’arte esprime inequivocabilmente il significato del nome Islam e quindi mi ha fatto innamorare del grandioso messaggio di pace che porta il Sacro Corano e della grande saggezza del suo Profeta Mohammad. Il mio senso artistico è stato ispirato in modo particolare dalla forma calligrafica della Basmala. La mia arte di calligrafa nasce dunque da un sincero e profondo amore e rispetto verso l’Islam puro. Ero consapevole che iniziando il mio cammino di calligrafa, toccavo un’arte sacra per milioni di musulmani, cosa che non dimentico mai prima di eseguire una mia opera e che mi porta quindi a verificare accuratamente la correttezza di ciò che mi appresto a riportare sulla tela. Ho iniziato copiando i 99 Nomi di Dio, passi del Corano. Poi, come artista, ho sentito l’esigenza di ideare qualcosa di nuovo e, ispirata dalla leggiadria di questa arte, ho ideato la mia prima Basmala a forma di farfalla. La gioia che ho provato è stata immensa perché per me ciò significava un mondo nuovo che si apriva per la mia creatività. Incominciai dunque a ideare e realizzare innovative composizioni calligrafiche. L’arte può essere un vero ponte tra culture diverse, tra oriente e occidente, un ponte tramite il quale ci si può serenamente incontrare per avere un proficuo scambio culturale e umano. È questo infatti ciò che voglio dimostrare nel mio cammino di artista occidentale che si esprime nell’arte della calligrafia islamica. Io credo che si debba sempre sostenere la divulgazione della cultura. Dove c’è cultura e conoscenza, non esistono pregiudizi o ‘sbagliate informazioni’ tendenziose che portano a dividere, anziché unire. Dove c’è scambio culturale c’è il rispetto dell’altro. Dove c’è condivisione, dove si incontrano culture differenti c’è sempre arricchimento e ispirazione. Faccio un esempio: io sono una pittrice, lavoro con i colori e poniamo il caso che io disponga solo dei colori rosso, giallo, blu e bianco, perché l’unico negozio che conosco e che mi fornisce i colori dispone solo di queste tinte. Poi incontro un venditore di colori straniero che vende il color lilla, arancio, smeraldo e mi fa scoprire anche i colori oro e argento. Ora come artista ho a disposizione più colori e la mia fantasia potrà volare e dar sfogo a maggiore creatività, senza che io debba rinunciare ai miei amati colori base, ma aggiungendone di nuovi che prima non avevo. Questo vuol dire che io non cambio e non rinuncio alla mia identità artistica aggiungendo nuovi colori, ma anzi l’arricchisco. Se un occidentale, guardando un mio quadro di arte islamica, apprezzasse la bellezza dei suoi contenuti e in lui nascesse la curiosità o il desiderio di approfondirne la conoscenza e se un orientale, di fronte allo stesso quadro, provasse un senso di felicità nello scoprire che un occidentale si sia prodigato nel comprendere, amare e rappresentare ciò che gli era estraneo e ciò magari suscitasse in lui il desiderio di ricambiare l’interesse dimostrato, io avrò raggiunto il mio successo più grande anche se non avrò venduto quel quadro”.
Chi è stato, se c’è stato, il suo padre spirituale per il mondo arabo e la religione islamica?
“Per quanto riguarda la spiritualità legata alla cultura islamica è stato il Maestro Sufi Gabriel Mandel Khan mentre per quanto riguarda la sfera spirituale in generale il mio padre spirituale è stato proprio mio padre”.
Che impressione cerca di suscitare in chi osserva le sue opere?
“La tradizione ha una forte presa su di noi e una mente che pensa seguendo linee tradizionali e schemi consolidati è portata al rifiuto di scoprire il nuovo. Dobbiamo ritornare curiosi come bambini, avere uno spirito indagatore e cercare di scoprire la verità di ogni cosa. Bisogna approfondire ciò che ha suscitato il nostro interesse, non fermandoci al sentito dire e non accontentandoci di ciò che ci viene detto. Il desiderio di sentirci sicuri genera isolamento e favorisce la divisione, aumentando l’antagonismo. Se nel profondo sentiamo e comprendiamo la verità di ciò, allora cominceremo a cambiare radicalmente il modo di relazionarci con gli altri e solo allora saranno possibili unione e fratellanza tra gli uomini. L’arte è un potentissimo mezzo di comunicazione, nel quale il principio ermeneutico ed estetico si sovrappongono, dando origine a un luogo di pensiero e di incontro. L’arte può dunque essere un ponte tra culture differenti, uno stimolo vitale alla comprensione e alla conoscenza. Essa tra l’altro si avvale di un elemento universale e assoluto: la bellezza. Nella mia arte calligrafica, la parola si plasma in forme e colori in una metamorfosi continua, per stimolare e incuriosire chi l’osserva con l’intento di generare la voglia di ‘esplorazione’, di scoprire nuovi luoghi dove incontrare ciò che ignoriamo di noi stessi e degli altri, risvegliando il desiderio di uscire dai propri schemi e riducendo la distanza tra noi e ciò che ci è sconosciuto. Quindi dobbiamo ricercare ‘la bellezza’ e possiamo farlo anche attraverso l’arte, perché essa può essere una grande chiave di accesso al superamento delle nostre personali barriere e farci scoprire un mondo a noi sconosciuto aprendo così la mente a nuove idee e prospettive. Come diceva il grande Albert Einstein: ‘La mente è come un paracadute, funziona solo se si apre’ – ‘La mente che si apre ad una nuova idea non torna mai alla dimensione precedente’. Questo vuole essere lo spirito della mia arte… un traghetto tra oriente e occidente”.
Ha dovuto superare molti ostacoli o pregiudizi in quanto unica donna e cattolica che espone nei contesti islamici, da una parte o dall’altra?
“Tutte le persone che iniziano a percorre nuovi sentieri e propongono nuove idee, trovano sempre qualcuno che cerca di ostacolarle perché ha paura del nuovo e non ha abbastanza fede in ciò in cui crede. Per difendersi quindi dalle proprie incertezze giudica ciò che non conosce. Invece il cuore di chi crede veramente è sempre benevolo, non giudica, ma sta a osservare e riconosce tutto ciò che è volto al bene comune, anche se proviene da un’altra professione di fede. Il vero credente sente subito la fratellanza e il comune amore verso l’Unico Dio”.
Qual è stato il riconoscimento più gratificante che ha ricevuto?
“Ogni volta che leggo lo stupore sul volto di chi osserva una mia opera e subito dopo la gioia manifestata con un sorriso spontaneo. Far nascere questo sentimento in chi osserva una mia opera, ecco questo per me è il riconoscimento più bello, più gratificante e vale per me più di mille parole e riconoscimenti istituzionali che certamente sono importanti, ma vivere l’emozione delle persone è davvero molto più coinvolgente ed emozionante”.
Progetti su cui sta lavorando o da realizzare?
“Tanti, ho una grande immaginazione sempre fertile”.
Inventore di neologismi rimasti nel linguaggio calcistico, figlio legittimo del Po’, “un padano degli argini e delle golene, della macchia e delle barene”, grazie ai continui riferimenti storico-linguistici, riuscì a valicare i confini paludosi di casa ed ergersi a simbolo nazionale di un’intera categoria
Le parole libero, abatino, contropiede, rifinitura, pretattica, goleador, incornata, palla-gol, centrocampista, melina…sono alcune delle invenzioni partorite dalla fervida mente e battezzate dalla sagace penna di Gianni Brera. A soli 30 anni, il “Il Principe della zolla” come amava definirsi,arrivò a dirigere la Gazzetta dello Sport con lo stile inconfondibile che univa una solida preparazione tecnica ad una capacità di innalzare le gesta calcistiche a rango di letteratura. I suoi soprannomi (rombo di tuono per Gigi Riva, abatino per Gianni Rivera, asso rococò per Roberto Baggio, deltaplano per Walter Zenga, stradivialli per Gianluca Vialli, barone tricchetracche e atipico per Franco Causio, cursore per Angelo Domenghini solo per citare i più famosi) divennero immortali ed il suo carisma condizionava persino grandi allenatori quali Nereo Rocco. L’anniversario della morte cade il giorno dopo una finale Mondiale che ha visto un ideale passaggio di consegne tra Leo Messi, il vecchio campione che ha centrato l’ultimo grande obiettivo della carriera, e Kylian Mbappé, il futuro ma già ex campione del mondo proprio sull’otto disegnato sul rettangolo di gioco, chiaro simbolo dell’infinito. Una finale che è stata uno scontro generazionale di due numeri 10, capaci di portarsi un’intera squadra sulle spalle, l’uno a rincorrere l’altro fino all’ultimo gong dei rigori, sul dischetto dove l’abilità e la freddezza incontrano la fortuna. Chissà che cosa avrebbe pensato l’incisivo Gianni di commentatori eccentrici come Lele Adani, amato ed odiato per il suo fervore che va ben oltre il compitino assegnato, considerando che non amava chi disegnava immagini dannunziane-mariniane perché il calcio è solo geometria? Chissà, soprattutto, che cosa avrebbe detto di tutto questo baccano mediatico sul parallelismo tra Maradona e Messi come se ci fosse un divario e non invece un’ideale continuità tra i due?
Brera descrisse Diego come una figura non umana: “Maradona è la bestia iperbolica, nel senso infernale, anzi mitologico di Cerbero: se fai tanto di rispettarlo secondo lealtà sportiva, lui ti pianta le zanne nel coppino e ti stacca la testa facendola cadere al suolo come un frutto dal picciolo ormai fradicio. È capace di invenzioni che forse la misura proibiva a Pelé”. Sicuramente negli ultimi anni con l’Albiceleste Leo ha introiettato quegli occhi luciferini, quella grinta agonistica e la leadership, un tempo più zoppicante, propri del pibe de oro. Lo stesso Pelé, che ci ha fatto preoccupare per i suoi problemi di salute, si è complimentato con la Nazionale argentina, pensando subito a come potesse gioire l’amico rivale Diego dal cielo. Pelé secondo Gianni era la perfezione tecnica, “un mostro di coordinazione, velocità, potenza, ritmo, sincronismo, scioltezza e precisione” a cui Maradona aggiungeva il guizzo geniale. Messi ci ha fatto gioire per quasi vent’anni grazie alle invenzioni, a metà tra il genio e la fatica. Da Pelé a Messi, passando per Maradona, ci sono 50 anni di stravolgimenti sociali e culturali. E se Messi fosse semplicemente una versione modernizzata di un mix dei due? Un Dio del calcio 3.0 con una coppa del mondo da aggiungere al palmares. E Mbappé? La versione 4.0 naturalmente. Gianni Brera, col suo occhio euclideo, approverebbe.
Trionfale la sesta edizione del Premio “Donne per Napoli” – Carpisa Yamamay Miriade Jaked. La kermesse ideata dall’imprenditore e presidente di Carpisa e Miriade, si è svolta giovedì 15 Dicembre presso il Teatro Posillipo di Napoli.
Il direttore artistico dell’evento, Lorenzo Crea, reduce dalle passate edizioni, conferma il suo operato. All’interno della manifestazione numerosi volti della tv, dello spettacolo, della moda, del giornalismo e dell’imprenditoria. Una serata all’insegna del divertimento e della spensieratezza lasciando spazio alle premiazioni, avvenute nella prima parte della serata. Il riconoscimento premia le donne che hanno dato onore alla città partenopea.
Le donne premiate che si sono distinte nei vari settori
Da quest’anno è stato aggiunto il riconoscimento “Istituzioni” in memoria di Graziella Pagano, mamma del direttore artistico, scomparsa prematuramente lo scorso settembre in seguito a una lunga malattia.
Le altre sezioni sono: Giornalismo, Sport, Imprenditoria, Musica, Cinema e Teatro, Cultura, Radio, Audiovisivo, Moda, Ricerca scientifica, Giovani e Inclusione sociale.
La serata è stata presentata e capitanata magistralmente da Veronica Maya, volto noto della tv, conduttrice e showgirl italiana.
I premi di questa sesta edizione sono stati assegnati al Ministro per le Riforme Istituzionali e la Semplificazione normativa Maria Elisabetta Alberti Casellati, già presidente del Senato, per la categoria Istituzioni; Tiziana Panella (Giornalismo), Stefania Brancaccio (Imprenditoria), Emmanuela Spedaliere (Cultura), Maria Nazionale (Musica, Cinema e Teatro ), Angela Procida (Sport), Nilufar Addati (inclusione sociale), Barbara Foria (Radio), Maria Felicia De Laurentis (Ricerca scientifica), Alessandra Moschillo (Moda). Per la sezione Audiovisivo alle attrici della soap di Rai3 “Un Posto al sole”, presenti all’evento Samanta Piccinetti, Nina Soldano, Mariasole di Maio e Gina Amarante e a quelle della serie tv di Rai1 “Mina settembre” con Rosalia Porcaro e Benedetta Valanzano, per la sezione Giovani, al cast della serie tv di Rai2 “Mare fuori”: Kyshan Wilson e Giovanna Sannino, mentre per la sezione Moda a Giulia Valentino.
Il Comitato tecnico scientifico del Premio
Il presidente Raffaele Carlino, il direttore artistico Lorenzo Crea, La prof.ssa Annamaria Colao, cattedra Unesco per l’Educazione alla salute e sviluppo sostenibile, presidente della Società Italiana di endocrinologia e fra le prime dieci scienziate italiane al mondo per numero di pubblicazioni in campo medico-scientifico, il prof. Raffaele Cercola, ordinario di Marketing alla Seconda Università di Napoli e fra i maggiori esperti italiani del settore, Veronica Maya, Francesco Tripodi, direttore generale di Miriade e amministratore delegato del Napoli Femminile calcio, Francesco Sangiovanni imprenditore e titolare del Teatro Posillipo, Enzo Agliardi, giornalista economico, sono i componenti del Comitato tecnico scientifico del Premio “Donne per Napoli”.
Alla serata sono intervenuti il Sindaco di Napoli Gaetano Manfredi che ha premiato Maria Nazionale, Mariano Bruno, gli assessori del Comune di Napoli Chiara Marciani e Luca Trapanese, il campione sportivo ex portiere del Napoli Pino Taglialatela, il vicepresidente nazionale di Sistema Moda Italia Carlo Palmieri, il direttore del centro di Produzione Rai Tv di Napoli e presidente della sezione Industria Culturale e Creativa dell’Unione industriali di Napoli Antonio Parlati, l’ex direttore del centro di Produzione Rai Tv di Napoli Francesco Pinto, il presidente della Fondazione Ravello Dino Falconio, l’imprenditore e socio di Miriade Luigi Panza.
A Gianluigi Lembo con la sua band della Taverna “Anema e Core” e al Dj Marco Piccolo è spettato l’arduo compito di intrattenere gli ospiti, che si sono divertiti molto scatenandosi sulle note delle hit partenopee, italiane e internazionali.
I partner dell’evento
I partner della serata sono stati Techmade, azienda del settore elettronico che ha omaggiato i premiati di un grazioso smartwatch e Raffaele Caldarelli pasticcere che ha proposto assaggi dei suoi panettoni artigianali.