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Usama Saad, quando la bellezza nasce dall’incontro di differenti culture

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Una mostra al Museo Colle del Duomo di Viterbo dell’artista italo-egiziano

La bellezza nasce sempre dall’incontro di differenti culture. E di bellezza nell’opera di Usama Saad se ne trova molta. Bellezza che si può godere nella splendida cornice della città medievale di Viterbo, all’interno del Museo Colle del Duomo, l’artista italo-egiziano Usama Saad, con la collaborazione di Maria Gabriella Quercia e a cura di Ursula Bonetti, dove l’artista è ospite con “Ichthys” (Pesce), una mostra personale dedicate all’arte incisoria.

Usama Saad nasce a Il Cairo (Egitto) nel 1963, dove si laurea in Economia.

Inizia da giovanissimo l’attività di illustratore per il giornale della capitale egiziana Rose al-Yūsuf per poi trasferirsi in Itala nel 1986 dove, a distanza di un anno, riesce ad entrare al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Nel 2005, dopo essere rimasto affascinato dall’arte incisoria, frequenta diversi laboratori ad Urbino che gli permettono di congiungere la cultura del suo paese d’origine con l’antica tradizione incisoria europea.

Per mezzo di queste tecniche dà vita ad un personale stile dove scritture coraniche, figure umane, animali fantastici e simboli esoterici, sempre ai confini dell’astrazione, che riportano ad enigmi senza tempo.

Ha inaugurato con i suoi lavori il padiglione Italia all’Expo di Dubai 2022 e una nota azienda alimentare italiana gli ha commissionato il disegno di un nuovo formato di pasta.

Con la ricchezza espressiva delle sue opere, Usama Saad testimonia sia che il Mediterraneo è la culla delle più grandi civiltà, sia che la bellezza nasce sempre dall’incontro di differenti culture.

𝐂𝐨𝐦𝐞 è 𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐥’𝐢𝐧𝐭𝐞𝐫𝐞𝐬𝐬𝐞 𝐩𝐞𝐫 𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐞, 𝐜𝐢 𝐬𝐨𝐧𝐨 𝐬𝐭𝐚𝐭𝐞 𝐟𝐢𝐠𝐮𝐫𝐞 𝐝𝐞𝐭𝐞𝐫𝐦𝐢𝐧𝐚𝐧𝐭𝐢 𝐧𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐬𝐮𝐚 𝐯𝐢𝐭𝐚 𝐨 𝐟𝐨𝐫𝐦𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞?

“Nella mia vita è stato decisivo l’incontro con Ernesto Nino Palleschi, incisore e grafico di fama internazionale. Da qui la passione per un’arte antichissima di cui i primi esempi documentati ci arrivano dall’Egitto e dalla Cina fino a raggiungere il culmine nel rinascimento italiano (degne di nota ad esempio sono la produzione di Giovanni Bellini e del Parmigianino). Nasce così la mia collaborazione con le stamperie più antiche e prestigiose di Roma, come la Stamperia d’Arte Caprini, la Stamperia del Tevere e la Stamperia Ripa69”.

𝐈𝐧 𝐜𝐡𝐞 𝐦𝐨𝐝𝐨 𝐥’𝐚𝐫𝐭𝐞 𝐢𝐧𝐜𝐢𝐬𝐨𝐫𝐢𝐚 𝐩𝐮ò 𝐞𝐬𝐬𝐞𝐫𝐞 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐢𝐝𝐞𝐫𝐚𝐭𝐚 “trait d’union” 𝐭𝐫𝐚 𝐝𝐢𝐯𝐞𝐫𝐬𝐞 𝐜𝐮𝐥𝐭𝐮𝐫𝐞?

“Con la precedente mostra ‘Alfabeti Riflessi’, ospitata nella Casina delle Civette dei Musei di Villa Torlonia e poi nel Museo Colle del Duomo di Viterbo, ho utilizzato la scrittura, la calligrafia araba e l’arte incisoria come richiami simbolici di legami tra diverse culture. Le opere nate dalla collaborazione con 23 artiste di differenti paesi, testimoniano la ricerca di un linguaggio comune nella sperimentazione dell’arte incisoria la nonostante l’utilizzo di alfabeti, stili e tecniche diversi. Questa forma di arte partecipativa che accomuna più artisti contemporanei, crea dialogo e confronto con qualcosa di umanamente, stilisticamente e culturalmente diverso dimostrando che l’arte è la Koinè del linguaggio comune, che unisce le persone al di là di credo religioso o provenienza. E questo è anche il filo che unisce la mostra Alfabeti Riflessi con Ichthys”.

𝐏𝐮𝐨̀ 𝐬𝐩𝐢𝐞𝐠𝐚𝐫𝐜𝐢 𝐥𝐚 𝐬𝐜𝐞𝐥𝐭𝐚 𝐝𝐞𝐥 𝐏𝐞𝐬𝐜𝐞 𝐨 𝐈𝐜𝐡𝐭𝐡𝐲𝐬 𝐜𝐨𝐦𝐞 𝐬𝐢𝐦𝐛𝐨𝐥𝐨 𝐝𝐞𝐥𝐥𝐚 𝐦𝐨𝐬𝐭𝐫𝐚?

“Il pesce ha una forte valenza simbolica ancestrale per le diverse fedi e culture. È simbolo anche grafico del Cristo, diffuso nelle prime comunità cristiane, dato la parola greca Ichthus forma con le iniziali la frase ” Gesù Cristo Salvatore figlio di Dio”. In Cina e in India è il simbolo di una nuova nascita, ed era anche utilizzato durante i riti funebri. Nella tradizione ebraica, il pesce è un simbolo di Messia (indicato con la stessa parola). Simboleggia anche la fede, la purezza, e la Vergine Maria, mentre nella tradizione alchemica il pesce è interpretato come un simbolo di rinascita mistica. Nella vita è il simbolo dell’uomo che deve navigare anche controcorrente nelle varie fasi della vita e nella difficile contemporaneità. Il fatto stesso che la mostra attuale, come la precedente, siano state ospitate presso il Museo Colle del Duomo di Viterbo, può considerarsi un completamento di questo dialogo senza tempo tra fedi e culture. Il Museo infatti è stato fondato in occasione del Giubileo del 2000. La sua realizzazione è stata possibile grazie alla volontà della curia vescovile al fine di conservare il patrimonio storico e culturale della diocesi e della città ed è luogo di importanti convegni, mostre e laboratori didattici interculturali”.

𝐈𝐥 𝐠𝐨𝐯𝐞𝐫𝐧𝐨 𝐞𝐠𝐢𝐳𝐢𝐚𝐧𝐨, 𝐬𝐨𝐭𝐭𝐨 𝐠𝐥𝐢 𝐚𝐮𝐬𝐩𝐢𝐜𝐢 𝐝𝐞𝐥 p𝐫𝐞𝐬𝐢𝐝𝐞𝐧𝐭𝐞 𝐀𝐛𝐝𝐞𝐥 𝐅𝐚𝐭𝐭𝐚𝐡 𝐄𝐥 𝐒𝐢𝐬𝐢, 𝐡𝐚 𝐝𝐞𝐬𝐭𝐢𝐧𝐚𝐭𝐨 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐢 𝐟𝐨𝐧𝐝𝐢 𝐚𝐥 𝐫𝐞𝐬𝐭𝐚𝐮𝐫𝐨 𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐬𝐞𝐫𝐯𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐬𝐢𝐭𝐢 𝐚𝐫𝐜𝐡𝐞𝐨𝐥𝐨𝐠𝐢𝐜𝐢 𝐞 𝐚𝐥𝐥𝐚 𝐢𝐧𝐚𝐮𝐠𝐮𝐫𝐚𝐳𝐢𝐨𝐧𝐞 𝐝𝐢 𝐧𝐮𝐨𝐯𝐢 𝐩𝐢𝐥𝐢 𝐦𝐮𝐬𝐞𝐚𝐥𝐢. 𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐧𝐞 𝐩𝐞𝐧𝐬𝐚, 𝐞 𝐪𝐮𝐚𝐥 𝐞̀ 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐫𝐚𝐩𝐩𝐨𝐫𝐭𝐨 𝐚𝐭𝐭𝐮𝐚𝐥𝐞 𝐜𝐨𝐧 𝐢𝐥 𝐬𝐮𝐨 𝐩𝐚𝐞𝐬𝐞 𝐝𝐢 𝐨𝐫𝐢𝐠𝐢𝐧𝐞?

“Sono molti anni che non torno in Egitto ma accolgo con gioia questo impegno del governo nel preservare il patrimonio storico e artistico immenso che abbiamo. Sia come artista, sia, e soprattutto, come uomo che è ben consapevole dell’importanza di educare e lasciare alle future generazioni di giovani egiziani, la consapevolezza e la ricchezza delle nostre radici. Sarebbe un piacere e un onore tornare ed essere testimone di questi cambiamenti, nonché esporre un giorno le mie opere, testimonianza dei destini incrociati tra Oriente e Occidente”.

𝐏𝐫𝐨𝐠𝐫𝐚𝐦𝐦𝐢 𝐩𝐞𝐫 𝐢𝐥 𝐟𝐮𝐭𝐮𝐫𝐨, 𝐩𝐫𝐨𝐠𝐞𝐭𝐭𝐢 𝐢𝐧 𝐜𝐚𝐧𝐭𝐢𝐞𝐫𝐞 𝐝𝐚 𝐫𝐞𝐚𝐥𝐢𝐳𝐳𝐚𝐫𝐞 𝐨 𝐬𝐮 𝐜𝐮𝐢 𝐬𝐭𝐚 𝐥𝐚𝐯𝐨𝐫𝐚𝐧𝐝𝐨?

“Ci sono due progetti: uno riguardante una nota azienda alimentare italiana, per la quale ho realizzato due modelli per formati di pasta che coniugano l’arte visiva al piacere del gusto. L’altro riguarda la trasformazione del suono in un segno grafico. La rappresentazione grafica delle vibrazioni sonore richiede, come in altri miei progetti, la collaborazione di diversi artisti e professionalità come per esempio in questo caso quello di un tecnico del suono”.

Un’opera di Usama Saad

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Si ringraziano la curatrice della mostra Ursula Bonetti, la responsabile dell’Ufficio Mostre Archeoares Francesca Menna e Archeoares s.n.c. gestore del Polo Monumentale Colle del Duomo di Viterbo.

Il volto anempatico della crudeltà e lo sguardo che deumanizza le vittime

Nell’apprendere di efferati fatti di cronaca nera e condotte perpetrate con assoluta crudeltà, ci interroghiamo e soffermiamo sulle ragioni dietro coloro che sono gli attori di siffatte gesta, sul motore malevolo che anima l’agire e il pensiero degli esecutori materiali del crimine; ma che ne è delle vittime, di chi viene sfiorato, sovente rimettendoci la vita, dalle spirali del male, che ne è di chi ha dovuto confrontarsi e riflettersi nel volto anempatico della crudeltà?

Chiara Gualzetti, uccisa il 27 giugno 2021 con ferocia inaudita a Monteveglio (Bologna). Il giovane assassino, suo coetaneo, l’aveva adescata con un appuntamento, facendo leva sui sentimenti e le insicurezze della ragazza

Forse vorrebbe raccontarcelo Chiara Gualzetti, la giovane sedicenne di Monteveglio uccisa barbaramente nell’estate del 2021 da un coetaneo di cui era invaghita, deumanizzata e distrutta, in quel luogo da cui non può oramai narrarci dell’esperire le “ali del male”, la sozzura di una cattiveria che ha giocato con i suoi sentimenti di insicura adolescente alle prese con i turbamenti e le attrazioni per la persona sbagliata. Strazianti e comprensibili le parole del padre, Vincenzo Gualzetti, emblema di tutti quegli interrogativi su una ferocia non sorretta da motivazioni sussistenti: “Mi ha tolto una figlia senza un perché, questo è l’aspetto più folle. La parola ‘perdono’ credo non possa esistere“. Per i familiari delle vittime che sono state preda e oggetto di una cattiveria becera, l’ergastolo del dolore è imperituro, così come il senso di ingiustizia. Ma dove non scorgiamo una profondità volta a spiegare atti così ignominiosi, è plausibile parlare di rieducazione, ravvedimento e speranza di cambiamento futuro?

Disumanizzare, questo fa il criminale, l’aggressore, il predatore che colleziona oggetti, passa da individuo all’altro come spinto da una voracità inesauribile, preso da un senso di onnipotenza, di grandiosità narcisistica…” (Mignani A., 2022)

La crudeltà assoluta è dunque identificabile in un deficit, proprio come le conclusioni delle perizie sul killer in erba di Chiara hanno confermato, documentando totale incapacità di provare senso di colpa e rimorso, di accedere alla risposta umana dell’empatia, il tutto senza che vi siano componenti psicotiche o compromissione della lucida facoltà di intendere e volere.

Il vuoto che origina il male, il vuoto che si traduce nell’erosione empatica, nell’assenza di considerazione dell’altrui esistenza e universo sensibile, il baratro che non vede, perché non può e semplicemente non ha interesse a farlo, non considera altro dal proprio bisogno e nulla che travalichi una insensata pulsione distruttiva. Le vittime? Null’altro che bersagli, recipienti cui incanalare rabbia, nichilismo e livore, nella disponibilità di un’azione che cerca nella propria traiettoria un soggetto da piegare e irretire. Da questo vuoto e analfabetismo emotivo scaturisce l’atto che è incurante delle conseguenze, dei codici morali, che non concepisce quella fondamentale dimensione dell’autoriflessività da cui poi può scaturire il rimorso. Lo studio della criminologia declinato nelle “coordinate del male”, va a sondare le cause scatenanti del grado zero di empatia, che esso sia per nascita o acquisito, nell’intendere l’origine dell’atto crudele e deviante come rottura di ogni valore scaturito dal terreno nutritivo dell’empatia e della capacità di provare rimorso, inteso dunque come la sua assoluta negazione. Prevenire una crudeltà che molto spesso uccide, ed altre volte provoca traumi indelebili sulla pelle di coloro che dallo “sguardo anempatico” son usciti apparentemente indenni, ma con cicatrici profonde nel dominio dell’animo, nel perdurare nella memoria di un male che li ha contaminati nelle certezze.

Pozzuoli, Ospedale Santa Maria delle Grazie: tra successi e innovazione

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Con tecnologie all’avanguardia

Anche quest’anno l’Ospedale Santa Maria delle Grazie di Pozzuoli torna alla ribalta internazionale con la Struttura Complessa di Chirurgia Generale, il Centro di Chirurgia Laparoscopica e la Robotica diretta dal Dr. Felice Pirozzi.

Durante il trentatreesimo Congresso Internazionale di Chirurgia dell’Apparato Digerente, organizzato dal Prof. Giorgio Palazzini, il Dr. Pirozzi, coadiuvato dalla sua equipe, dagli anestesisti guidati dal Dr. Francesco Diurno e dal personale tutto del Complesso Operatorio, ha eseguito tre complessi interventi chirurgici con la tecnica robotica utilizzando il sistema DaVinci XI.

Il sistema, dei più innovativi e all’avanguardia viene utilizzato in urologia, ginecologia, chirurgia generale, toracica, pediatrica e senologia. Il sistema DaVinci si compone in tre elementi: il carrello paziente, una console chirurgica e il carrello visione.

Al Congresso hanno partecipato medici appartenenti alle Scuole più prestigiose nel panorama chirurgico nazionale ed internazionale. Hanno assistito a tale evento 93000 professionisti, collegati in streaming via internet.

La partecipazione, per il quinto anno consecutivo, a questo prestigioso evento, rappresenta il riconoscimento all’alta professionalità raggiunta da tutta la squadra della Struttura Complessa di Chirurgia Generale, del Centro di Chirurgia Laparoscopica e della Robotica, del nosocomio di Pozzuoli dell’ASL Napoli 2 Nord.

Le interviste di VMagazine – Le moto da sogno di Davide Paradiso

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Chantal Di Paola ci porta nel mondo dei preparatori di motociclette tra motori, birra fresca e donne

Giovenale, i no vax e la coerenza politica della Corte Costituzionale

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Il grande Giovenale (II secolo d. C.) ebbe a dire una frase che è valida per tutte le stagioni, frase cara a Jean-Jacques Rousseau e adottata dai rivoluzionari francesi: vitam impendere vero, una vita alla ricerca della verità.

In linea astratta dovrebbe essere una frase che dovrebbe essere evidenziata nelle aule di giustizia al posto del ben più esilarante La legge è uguale per tutti, ma tant’è.

Ti chiederai, caro lettore, cosa c’entri tale frase con la questione dei vaccini.

Presto detto.

Sappiamo tutti come sia andata la questione della legittimità dei vaccini alla Corte Costituzionale il 1° dicembre, laddove i ricorsi incidentali (ben 19) sono stati dichiarati inammissibili e la strada è segnata.

Sul punto ci sono state reazioni scomposte da parte di tanti da un lato e l’esaltazione dei vaccinisti dall’altra per la sconfitta del fronte opposto.

Perché, come diceva Philippe Daverio, agli italiani non interessa vincere, ma che perda l’altro.

In questo rinnovato vigore di dicotomia guelfi e ghibellini attuale, si devono svolgere alcune brevi considerazioni.

Intanto l’eterna illusione degli avvocati che, come guerrieri del nulla, hanno ancora quella visione onirica della Giustizia votata al bene del cittadino che cozza in maniera bizzarra con il pragmatismo ideologico di tanti magistrati che – al pari dei grandi giuristi accademici – verificano se una virgola è stata inserita nel posto giusto, tralasciando il quadro di insieme.

Ne consegue che si osservano più i formalismi, le eventuali legittimazioni attive a partecipare ad un dibattito nelle aule di giustizia (cioè il diritto a dire la propria in una certa faccenda introdotta da altri) e dichiarando inammissibile un atto per non entrare nel merito della questione.

Ed è quello che è accaduto alla Corte Costituzionale con una decisione ben prevedibile non dal punto di vista tecnico in considerazione che l’obbligo vaccinale è altamente anticostituzionale e i vaccini sono – di fatto – sperimentali sulla pelle dei cittadini, prevedibile, come sostenuto da tempo, dal punto di vista politico.

L’aspetto mortificante non è la delusione per il risultato scontato, quanto la presa d’atto che la Corte Costituzionale si è rivelata per quello che è: un organo politico e quindi non indipendente come invece auspicavano i padri costituenti e con buona pace di Calamandrei.

Ed è normale, perché su 15 giudici, 5 sono eletti dai magistrati, 5 dal Parlamento in seduta comune e 5 dal Presidente della Repubblica, come sancito dall’articolo 135 della Costituzione.

E da nessun avvocato che ne avrebbe ben diritto di esprimere la sua.

Quindi, come poteva la Corte Costituzionale, contraddire l’operato di chi li ha messi in tale organo?

Inverosimile e fantasioso.

Anche perché immaginate cosa sarebbe accaduto se fosse stata emessa la declaratoria di anticostituzionalità dei vaccini (e dire il vero ancora c’è un barlume di speranza al pari della Juventus di vincere la Coppia dei Campioni) con un intasamento delle aule di giustizia sia in sede civile sia penale che – in ultima analisi – sarebbe andata a vanificare la farraginosa riforma Cartabia (anche lei ex presidente della Corte Costituzionale ed ex Guardasigilli).

Mai fu più vero il detto umbro “tra cani non si mordono”. Figuriamoci nel caso in esame.

Da ciò ne consegue il fallimento di un certo modo di amministrare la Giustizia in nome del popolo e facendo risultare il tutto come drammaticamente folcloristico e facendo perdere fiducia nel cittadino nei confronti del sistema.

L’Associazione nazionale magistrati ha sempre combattuto affinché la politica non avesse il sopravvento sulla Giustizia e coltivando una autonomia di pensiero che è al pari di un giornalista di Repubblica o di Libero (dipende se si è guelfi o ghibellini), ma dimenticando che la Corte Costituzionale non è autonoma per nulla e lo ha dimostrato più volte.

Basti pensare anche al regime carcerario durissimo del 41 bis su cui l’Italia ha ricevuto un giusto “rimprovero” da parte della Commissione europea dei diritti dell’uomo e che non ha avuto altre soluzioni nonostante le indicazioni da parte dell’Europa svilendo il sentimento europeista che funziona a corrente alternata e solo quando fa comodo.

Gli italiani sono tutti o guelfi o ghibellini a seconda delle necessità e trovano la punta di diamante di tale modus vivendi in quello che diceva Giuseppe Prezzolini “la coerenza è la virtù degli imbecilli”.

In realtà, superando la frase di Giovenale, la Corte Costituzionale si è adeguata a un celebre aforisma di Giovanni Giolitti “Per i nemici le leggi si applicano, per gli amici si interpretano”.

Ed è definitivamente scomparsa la fiducia dei cittadini nel sistema Giustizia perché non si è voluta ricercare la verità.

“Boy in the box”, dopo 65 anni identificato il ragazzo nella scatola

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Le nuove tecnologie per l’esame del Dna hanno permesso di identificare la vittima di un omicidio irrisolto a Philadelphia

Joseph Augusto Zarelli. È questo il nome del “bambino nella scatola”. Dopo 65 anni, grazie all’evoluzione del test del Dna, la polizia di Philadelphia ha dato un nome alla piccola vittima trovata oltre mezzo secolo fa in un boschetto del quartiere Fox Chase della città degli Stati Uniti d’America.

Nel corso di una conferenza stampa la polizia ha ricordato come la tecnologia abbia aiutato a risolvere questo caso a distanza di tanto tempo, abbinata alle tecniche investigative classiche.

Gli investigatori hanno diffuso il nome del ragazzino, conosciuto come “boy in the box” nato nel 1953 e ritrovato con il corpo martoriato nel 1957, sperando ora di arrivare al suo assassino.

Il corpo del bimbo venne trovato in una scatola per culle prodotte da J. C. Penney, avvolti in una coperta, con il corpo nudo e gravemente contuso, pesava solo 30 libbre e aveva diverse piccole cicatrici sul corpo, secondo il National Center for Missing & Exploited Children. Era stato picchiato a morte, secondo la polizia.

La scena del crimine fu perlustrata da cima a fondo da 270 poliziotti appena assunti, che rinvennero un cappello da uomo blu di velluto, una sciarpa da bambino e un fazzoletto bianco da uomo con la lettera “G” nell’angolo, tutti oggetti che non portarono da nessuna parte.

In tutta la città vennero distribuiti 400mila manifesti con la foto del ragazzo.

Gli investigatori avevano già tentato di utilizzare il test del Dna per identificare il corpo del ragazzo, ma il campione era insufficiente. Uno specialista forense è stato in seguito in grado di utilizzare lo stesso campione di Dna per identificare i parenti del ragazzo.

Il capo della Omicidi, il capitano Jason Smith, ha affermato di avere “dei sospetti”, riconoscendo che vista la grande quantità di tempo trascorso che si tratta di un’indagine “tutta in salita”. Smith non ha fornito le identità dei genitori del bambino, dicendo che sono entrambi morti, ma indicando che i fratelli sono ancora in vita.

I resti del ragazzo sono stati sepolti in un cimitero locale con una lapide che recita “America’s Unknown Child”.

Sociologi alla ribalta: ottenere l’albo professionale

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Il convegno all’Università “La Sapienza” di Roma

L’Associazione nazionale sociologi il 2 dicembre a Roma, presso l’Università “La Sapienza”, ha organizzato un convegno per discutere e tentare di ottenere, ancora una volta, l’albo professionale. L’intento è chiaramente quello di tutelare e valorizzare la figura del sociologo. Anche se lo Stato riconosce il suo ruolo bisogna ammettere che non c’è un registro che raccolga i nomi e le informazioni dei professionisti che svolgono questo lavoro.

Pietro Zocconali Presidente ANS

Nelle figure del professor Tito Marci, del presidente dell’Ans Pietro Zocconali, del professore Domenico De Masi e del segretario nazionale Antonio Polifrone, la categoria batte i pugni sul tavolo. L’Ans è stata fondata a Roma nel 1982 e un obbiettivo che rincorre da sempre è quello di ottenere una regolamentazione del sociologo. Per l’occasione, il dottor Pietro Zocconali, presidente dell’Ans, ha parlato del convegno e dell’importanza della figura degli scienziati sociali.

Venerdi 2 dicembre si è tenuto un convegno a Roma per parlare dell’albo professionale. C’è stato qualche riscontro e cosa vi riserva il futuro?

“A Roma, il 2 dicembre 2022, presso l’Università “Sapienza”, al Centro Congressi, in via Salaria 113, si è svolto il convegno nazionale dell’associazione nazionale sociologi: ‘Il ritorno della sociologia: una grande occasione per i sociologi’. Si è riscontrato un grosso interesse da parte dei docenti universitari; hanno relazionato i professori Tito Marci, preside della facoltà di Scienze Politiche-sociologia-comunicazione, Domenico De Masi, docente emerito, sociologo di fama internazionale, Stefano Scarcella Prandstraller. Tutti hanno affermato, di fronte ad una platea di sociologi Ans giunti da tutta Italia, l’importanza della sociologia, fondamentale anche per le decisioni a livello politico, specificando la caratteristica dei laureati in sociologia: la loro conoscenza della teoria sociale e della metodologia della ricerca sociale, la grande potenzialità nel prossimo futuro, riguardante il sociologo e lo studio dell’attuale crisi economica e sociale a livello planetario”.

Perché non si è mai riusciti a stabilire un albo professionale? Quali sono gli intoppi che ostacolano la professione?

“Che io ricordi, proposte per l’attivazione dell’Albo del sociologo vengono fatte sin dagli anni ’90 del secolo scorso, ma non sono mai giunte a conclusione. Il professor De Masi, su questo argomento, ha ammesso che probabilmente sia i laureati in sociologia sia i docenti non hanno saputo ben gestire le varie opportunità con i vari governi che si sono succeduti”.

Secondo lei oggi la figura del sociologo è ancora sottovalutata o riconosciuta solo in parte?

“Fino a ieri la figura del sociologo è stata sottovalutata e ai più poco conosciuta. Ricordo che diversi anni fa l’Ans prese posizione contro un concorso per sociologo presso il Comune di Reggio Calabria, per il quale bastava presentare un diploma di scuola superiore! Come se non esistessero in tutta Italia ormai, corsi di laurea in Sociologia, e come se non esistessero oggi quasi 90.000 laureati in questa disciplina”.

Ci sarà un rilancio dei sociologi? 

“Vasta eco è stata raggiunta dal convegno per un rilancio della sociologia; era presente, per interviste e registrazioni, una troupe televisiva di Canale 10 TV (importante TV laziale), condotta dal giornalista Fabio Nori, che ha intervistato i protagonisti dei lavori; il martedì successivo, su quella emittente, è andato in onda un servizio sui lavori congressuali. Il 6 dicembre sul quotidiano ‘Leggo’, è apparso un lungo articolo a firma Mario Fabbroni, con il titolo ‘Roma, i sociologi al Governo: basta attese, va istituito l’albo professionale della categoria. Siamo indispensabili’; il 1° dicembre, su ‘Il fatto Quotidiano’, il professor Domenico De Masi, aveva pubblicato l’articolo ‘Basta economisti, è ora di tornare ai sociologi’, nel quale tra l’altro aveva pubblicizzato il convegno della nostra associazione che: ‘si troverà di fronte alla possibilità di riaffermare il ruolo dei sociologi, finora eclissato dalla presenza ingombrante degli economisti’. Sembra proprio che ci troviamo di fronte al ritorno della sociologia, e sarà quindi una grande occasione di rilancio per i Sociologi e per l’ottenimento del tanto agognato albo professionale”.

Il Giappone: terra del Sol Levante

La storia del Sol Levante

Il Giappone è definita la terra del Sol Levante, ma da cosa deriva questa sua denominazione?

Molti credono che il significato provenga dalla bandiera bianca con il cerchio rosso al centro o dalla sua posizione geografica, in realtà ha origini lontane e radicate.

Il principe Shtoko Taishi è stato il primo a chiamare il Giappone con questo appellativo scrivendo in una lettera all’imperatore della Cina, che il paese che governava, Nihon, era quello in cui sorge il sole.

Il Giappone, geograficamente decentrato rispetto all’Europa, divenne il principale centro commerciale da e per tutto il globo. Si trova vicino al meridiano opposto a quello di Greenwich ed è la prima terra che vede la luce del sole viaggiando da Oriente verso Occidente.

Anche la lingua giapponese detta Nihongo è formata da 3 kanji: Ni (Sole o Giorno), Hon (Radice od Origine) e Go (Lingua).

Nippon, Wa, Wakoku, Yamato, sono altri appellativi della terra del sol levante. Gli stessi vicini di casa, i cinesi, identificarono il Giappone con il nome: le terre di Wa, di Wakoku così da riconoscere i cibi wafu, i riti, gli abiti tradizionali e la musica di quel popolo.

Spesso sentiamo pronunciare l’appellativo nipponico, che secondo la tradizione, ha origini ancora più antiche antecedenti al principe Shtoko Taishi, infatti, deriverebbe da alcuni studenti; Yamato invece indica la grande armonia. Marco Polo, invece, la chiamò Cipango, ma questo veniva da errori nella pronuncia.

Una terra tanto ricca, piena di tradizioni quanto di nomi.

Una cultura millenaria

Il Giappone è una terra dalla cultura millenaria che si riesce a fondere meticolosamente con la modernità, dai paesaggi montuosi del Monte Fuji, (simbolo religioso e patrimonio dell’UNESCO, sui cui è possibile fare trekking) alle località del nord, passando per le costiere del sud miscelandosi fino ad arrivare alla metropoli di Tokyo.

Il periodo migliore per visitare questo paese è durante la fioritura dei peschi che avviene nel clima mite della primavera.

Tokyo è la capitale in cui si possono visitare monumenti simbolo del Sol Levante e i quartieri tipici quali Ginza in cui si trova la zona commerciale, il Palazzo Imperiale e le case degli Shogun cioè dei Samurai. Fra gli altri quartieri troviamo Asakusa, con il Tempio di Senso-ji, Rappongi con il grattacielo Mori Tower, Aoyama, Akihabara con i vari negozi di elettronica, Shibuya, in cui troviamo numerosi ristoranti, locali, musei e gallerie d’arte. Una vista mozzafiato è dal Tokyo Metropolitan Government nel quartiere Shinjuki.

I templi e santuari sono concentrati nella zona di Ueno, mentre per i manga e il divertimento dovrete dirigervi verso Odaiba e Ikebukuro.

Kyoto è la seconda meta turistica

Il mercato Nishiki a Kyoto è una delle mete principali per chi vuole scoprire le tradizioni culinarie nipponiche. Tra le altre attrazioni c’è il tempio zen di Kinkaku-ji, il Padiglione d’Oro, il Padiglione d’Argento e un percorso molto suggestivo: il Fushimi Inari Taisha. Da non perdere c’è il Castello di Nijo, il quartiere di Gion con templi e abitazioni delle geishe, il Pontocho, il Sanjusangendo con 1001 statue della divinità della misericordia, il Tempio dell’Acqua Pura del ‘600, il Palazzo Imperiale di Kyoto e la Foresta di Bambù di Arashiyana. Prima di andare via non potete non visitare la Villa Imperiale di Katsura con il suggestivo giardino zen e il laghetto.

La terza città con più numeri di abitanti è Osaka

Osaka sorge a pochi chilometri da Kyoto e affaccia su un’area portuale. Anche qui c’è tanto da visitare, dal Castello di Osaka ricostruito dopo la Seconda guerra mondiale, il Santuario di Sumiyoshi Taisha risalente al III secolo, il tempio buddista di Shitennoji, il parco di Minoo con una flora molto particolare che merita soprattutto nel periodo autunnale e di cui non potete perdere l’emozionante ponte ai piedi della cascata.

A Osaka troverete anche gli Universal Studios Japan, uno dei parchi divertimenti più appezzati e visitati del Giappone, il Kaiyukan, l’Acquario di Osaka, il quartiere di Minami ideale per fare un po’ di compere e mangiare del buon sushi. Per una passeggiata invece c’è la zona della baia, Osaka Bay, dove è stata installata una ruota panoramica, diversi centri commerciali e alcuni musei particolarmente interessanti.

Se la permanenza in Giappone è abbastanza lunga, vi dovrete spostare sull’isola di Honshu a Nara ritenuta la culla della letteratura e dell’arte giapponese. Anche l’isola di Hokkaido è da non perdere, la cui caratteristica sono i paesaggi e i panorami mozzafiato. Aggiungerei le terme di Hakone e l’isola di Okinawa con le mitiche spiagge che affacciano sulle acque cristalline dell’Oceano Pacifico. Fra le altre destinazioni consiglierei di visitare le due città distrutte dalla bomba atomica durante il secondo conflitto mondiale: Hiroshima e Nagasaki, la foresta incantata di Aokigahara, Kamakura e Takayama dove potrete vivere ancora le antiche tradizioni giapponesi.

Di certo il Giappone non rientra fra i venti paesi più grandi al mondo, ma certamente è una terra che vale la pensa visitare per la molteplicità di attrazioni artistiche, culturali e paesaggistiche. Una delle caratteristiche di questo stato insulare è la tradizione soprattutto nel rispetto verso gli altri.

Questo popolo è tollerante e comprensivo verso gli stranieri e tende a mantenere l’armonia del luogo in cui ci si trova. Ed è proprio qui che nel VI secolo attraverso il confucianesimo-buddismo che nasce il rispetto e l’amore per il bene comune. Sayoonara!

“Io ho quel che ho donato”, del karma e di odiatori seriali

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L’elaborazione del lutto e la “cattiveria” dei social

Selvaggia Lucarelli è una giornalista di bella presenza e dalla lingua tagliente ed è indubbiamente dotata di intelligenza sopraffina.

Imperversa in ogni dove e – in quanto donna e con l’aggravante di essere giornalista – deve avere una opinione su tutto lo scibile umano e, ovviamente, anche l’ultima parola che, nel 99,99%, dei casi è mortificante per l’interlocutore.

Ciò in quanto conosce al meglio le dinamiche televisive e quindi di marketing di sé stessa (e non ne ha bisogno se non altro per l’avvenenza) e sa come usare al meglio gli strumenti di comunicazione.

Ha avuto una sorta di paradigma politico e alla fine è approdata al politicamente corretto che – stranamente – coincide sempre con il Suo pensiero e viceversa.

Una sorta di Massimo Gramellini, ma un po’ più cattiva.

Nel corso del tempo ha avuto modo di censurare con parole malevoli il comportamento di chiunque si interfacciasse con Lei rimanendo basiti e suscitando, in chi assisteva al feroce dibattito, la curiosità se l’interlocutore rimaneva silente perché oggetto di aggressione o perché incantato dalla profonda scollatura che la predetta – giustamente perché se lo può permettere – mostra.

Ma ciò non toglie che la Signora in questione, quando vede in difficoltà una persona, non ci va tanto per il sottile e aumenta il tono di aggressività con toni che fanno audience, ma che lasciano basiti i telespettatori con il risultato che alcune persone la adorano e altri le augurano tutto il male del mondo.

Ma la Lucarelli, da donna reattiva, sa del rischio calcolato e se ne sbatte bellamente.

E fa bene perché comunque è un personaggio che attira e fa parlare di sé.

Ma come si dice qui in Umbria, male non fare paura non avere. Frase che – se unita al karma – può provocare sconquassi e ciò che è compiuto in senso negativo torna indietro con l’aggiunta di interessi.

E questa considerazione spiccia, quasi rurale, ma efficace, diventa la sublimazione della affermazione di D’Annunzio “io ho quel che ho donato”.

Quindi se infondi livore verso tutti può accadere, come accaduto alla nostra giornalista, che l’odio torni indietro.

Nella immediatezza della morte della madre la Lucarelli ha partecipato al programma televisivo “ballando sotto le stelle”, non certo a Quark di Piero Angela, il che la dice lunga, ma tant’è.

A quel punto i leoni da tastiera si sono scatenati in maniera feroce, con insulti particolarmente pesanti se non orribili a cui Lei ha reagito con la consueta scompostezza da animale insuperabile della comunicazione e facendo aumentare- nonostante non ne abbia bisogno – l’interesse intorno a Lei che da pruriginoso è sfociato in intellettivo e emotivo.

Sorge nel lettore l’amletico dubbio se alla stessa sia stato giusto rivolgerle insulti così pesanti e pensando “ben Le sta!!” oppure i cosiddetti lettori abbia varcato il limite di continenza verso una persona.

A me la Lucarelli, proprio per il suo modo di fare, non mi è simpatica, ma paga anche lo scotto che nel sistema sociale italiano è inaccettabile che – nell’ambito della comunicazione – ci sia una donna pensante, ma che abbia la presenza scenica strabordante come Lei e quindi suscitando anche invidia verso l’interlocutore che la insulta.

Ingiustamente tra l’altro e Vi spiego il perché.

Ognuno ha un proprio modo di elaborare i lutti e non si può certamente pretendere che il modo di Tizio sia uguale a quello di Sempronio.

Nella mia vita ho avuto amici che alla morte del padre sono andati in discoteca, ma con la morte nel cuore per esorcizzare – in maniera magari desueta il totem della partenza per altri lidi del parente.

È il punto nevralgico il concetto di morte perché unica cosa certa e ognuno di noi ha una data di scadenza, chi prima chi dopo.

E non essendo certi – evangelicamente – della risurrezione rimane il dubbio se ci possiamo riciclare a meno che si creda in Buddha.

Nessuno di noi ha il diritto di censurare un fatto così intimo, figuriamoci il dovere.

Nulla toglie che – magari – la madre della Lucarelli sia stata contenta della reazione della figlia che ha mostrato una invidiabile solidità (forse di facciata) e confermando nella defunta che la Sua opera educativa ha avuto una qualche valenza.

Ragionamenti che non si possono chiedere ai telespettatori che, invece, osservano le poderose tette.

Dal canto mio spero che essere stata oggetto di insulti sia una conversione sulla via di Damasco della Lucarelli e che cominci ad avere quel percorso di dolcezza per far sì che anche Lei ragioni sulle disavventure degli altri senza massacrare nessuno con un moto di dolcezza e sensibilità che sarebbe un atto rivoluzionario non indifferente.

“Io ho quel che ho donato”.

Dalle acque al Tibet, non è questo il futuro turistico dell’Appennino

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Il fenomeno Rasiglia e il ponte tibetano progettato a Sellano mettono a rischio un ecosistema delicato

Dal titolo dell’articolo si potrebbe affermare di palo in frasca.

In realtà la questione è più semplice e Ve la spiego subito cercando di andare al nocciolo della questione.

Intendo parlare dell’appennino umbro, più precisamente della nostra amatissima montagna che da Foligno sfocia verso Colfiorito e soprattutto verso il Sellanese.

Più precisamente di Rasiglia e del più lungo ponte tibetano del mondo che sarà costruito nella zona della Valle del Vigi, nel Sellanese.

La prima è assurta a cronaca nazionale e chiamata, in maniera quasi esilarante, la piccola Venezia.

Paesino bellissimo e da sempre mal collegato con Foligno con il trasporto pubblico, ha iniziato ad avere una diversa visibilità grazie al lavoro incessante dei volontari di detto paese che – ora con il passa parola ora con i social, ma pentiti – ha trovato linfa insperata e turbando la calma delle limpide acque sorgive con turisti che nel visitarla ne fanno uno status symbol del viaggiatore globale ma non attento alle sfumature.

Nei giorni pre festivi e festivi è preso d’assalto da questi visitatori improbabili e improponibili che violentano il paese di schiamazzi e cartacce, affollando i negozi che vendono le stesse cose sia a Lampedusa che a Vipiteno.

E intasando la statale che porta al Valico del Soglio e dimenticando – il più delle volte – il Santuario della Madonna delle Grazie con i Suoi innumerevoli e bellissimi ex voto e non accettando, in cuor loro, quel minimo di spiritualismo per evitare di portarsi colà da Rasiglia camminando.

E si sentono amanti del trekking.

Di converso il ponte Tibetano che verrà costruito – a meno che alla fine vengano (grazie a Dio) meno i fondi per costruirlo – sulla Valle del Vigi farà rete con Rasiglia con una sorta di turismo diffuso al pari degli hotel diffusi.

In pratica un pugno su un occhio che porterà visitatori da ogni dove per percorrere ,in 55 minuti, il ponte stesso e poter dire, come novelli Giulio Bedeschi nelle sue monografie dei fronti di guerra “C’ero anche io” (ed. Mursia).

Secondo me la montagna non si salva in tale modo con il turismo mordi e fuggi di cittadini stanchi del caos che amano – con un pizzico di patologia neuropsichiatrica – ritrovare il caos ma in un posto più bello e postarlo su Facebook.

Si sta pagando lo scotto di una politica degli anni ‘70 in cui una parte politica voleva il trasferimento dei braccianti e piccoli proprietari terrieri nelle fabbriche e trasformare i predetti da elettori democristiani incalliti a comunisti alienati a motivo del quale non si è mai fatto nulla per mantenere la popolazione e le iniziative economiche in montagna per evitarne lo spopolamento.

Sostanzialmente un dispetto politico a scapito di chi viveva in montagna.

Cominciando con il non asfaltare le strade laddove in Veneto – per non parlare del Trentino Alto Adige – sono asfaltate perfettamente anche quelle stradine che portano a malghe a 2000 metri di quota.

La scesa in città quindi è stata una scelta obbligata di persone che dello sconfinamento di un aratro in altro campo era sinonimo di guerra dei 100 anni (1337-1453).

Ma si è abbandonata la montagna e lasciata in mano ai cinghiali che rovinano tutto unitamente ai cinghialari che incutono timore quando bloccano montagne per le loro battute di caccia agli stessi.

I campi coltivati vengono massacrati,i pascoli rimangono terra di nessuno se non per qualche pastore che campa di stanchezza e di stenti sotto ogni punto di vista e non sbarcano il lunario per stare dietro a contributi e normative europee con il risultato che trovare un formaggio pecorino buono è come trovare un elettore del Pd che dica qualcosa di sinistra.

È la morte lenta della montagna e dei suoi abitanti, le sue pievi, i paesi vuoti di inverno e stracolmi d’estate quando si torna al paesello in un processo mortificante e umiliante per il contadino che vede la calata dei nuovi barbari.

E la sera rimanere soli in quota senza prospettive se non di attendere il “casino” il giorno dopo.

Persone che affermano di amare la montagna ma che non hanno nulla di approccio alla stessa con il dovuto rispetto e, senza scomodare Julius Evola con il suo “Meditazione delle Vette” (ed.Mediterranee), mi viene in mente ciò che affermava Valter Bonatti: si conquista l’uomo, non la vetta.

Oggi si conquista, con ben altro spirito, una buona forma di cacio.

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